Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Si rompe il guscio d’uovo.
Il cuore è sodo.
Concedimi un attimo, il tempo d’uno sguardo, una diramazione tra i tralci dei tuoi affaccendamenti quotidiani.
Un covo improvvisato per deporvi il guscio d‘un dolore che mi raccoglie intero.
La mia anima pesa cinquantacinque grammi, non ventuno – il peso d’un uovo, per l’appunto. Una leggerezza densa, quella del tuorlo, sperduto nell’albume dei pensieri.
Ho scelto di nidificare in quest’alba perché nelle rarefazioni diurne non hai mai fatto caso a me.
Forse sono salito sul treno che ti rincasava, sfranto di germi e storie sul sedile accanto al tuo, oppure m’hai incocciato mentre ti trascinavi al lavoro, accompagnavi i bambini, avanzavi lunato sul cellulare o dentro un’inquietudine molesta.
Ero la presenza avvolta nel cappotto, le mani ed i pensieri nelle tasche.
Nel silenzio della fodera, le mie dita sfilacciano, sferruzzano, cardano, piluccano fondigli di lanugine, palpeggiano le chiavi per assicurarsi la strada del rientro (la serratura del cuore).
La restanza di me è granitica, immota.
Tu sei decisamente più dinamico: ti ho sbirciato sottecchi mentre sbuffavi, gesticolavi, impallidivi, sbadigliavi, avvampavi, imprecavi – solo di rado, sorridevi.
Ho contato le tue sigarette nello spigolo dell’attesa o del rifiuto e mi sono ritratto per non condividere lo spicchio d’un ingresso, un ascensore, una porta girevole, il bulbillo fecondo d’un concetto che rischia di mettere radici dentro il petto.
A quella distanza potrebbe nascere un’amicizia, per quanto ne so.
Nel versamento tra due individui può effondere l’informazione chemiosensoriale d’ogni esordio, come la traccia chimica di qualunque epilogo.
Temo che mi risucchieresti in una leggerezza di vivere, per un po’, e, più in là, nel peso d’un abbandono che non posso.
Mi sento già sinistrato come l’orologio della nonna, che custodisco assieme al ricordo del suo sguardo burroso.
La sera in cui lei ha arreso le mani sul grembo, lasciando ruzzolare a terra un tubero sbucciato per metà, m’ha sterrato il primo rimpianto.
Pietroso.
A otto anni, col purè, ho perso la tenerezza.
Era epicureo, il mio amore per lei, bulimico finanche.
Il suo sapeva di stufa a legna, parmigiana, friarielli e sfogliatelle.
In risposta l’amavo a bocca piena.
Masticando, mi si riempiva il cuore, piuttosto che lo stomaco.
Dopo, sono rimasto famelico, con una cavità incolmabile di vita proprio alla bocca dello stomaco.
Ho vicariato gli appetiti con i sintomi, esibendo un capillare stradario nosografico per orientare l’attenzione patofobica di mia madre, che conosceva quest’unico itinerario sanitario per approssimare i figli.
Più del cibo poté il Maalox, negli anni.
Naturalmente ho consultato un florilegio di specialisti, interpreti dell’ermeneutica in compresse, e, mentre consumavo ricette, sognavo di urlare, piangere, infuriare.
Ma la chimica incapretta anche i rumori dell’anima.
Ora, in questa stanza d’albergo, il silenzio non tace.
Fanno rumore le tende damascate e polverose, la carta da parati stantia, i quadri (non puoi immaginare quanto vocio si levi dai colori!), gli aloni del copriletto, il condizionatore d’aria (rotto), i rubinetti della doccia che stringo nel tentativo d’imbavagliare almeno l’acqua.
Mi raccontano gli infinitesimi frammenti d’esistenza cui hanno assistito: una coppia ha sfidato la resistenza delle doghe e la legge del sonno; un ospite ha steso il peso della solitudine sul letto senza riuscire a recuperare nemmeno un pugillo d’energia per disfarlo; un paio di liceali in gita hanno inciso nomi di amate sulla testata del letto; una turista ha sottratto il set di cortesia in ricordo d’un’estate italiana; un giovane ha fatto sei docce per togliersi il dubbio di non averne fatta alcuna; due genitori dal sonno leggero hanno fatto posto tra i guanciali al figlio in perfetto assetto vitruviano; un uomo ha pagato un corpo senza porsi il problema di coglierne l’anima.
Qualcuno ha litigato, finito le noccioline, fumato una canna, scolato le bottigliette di superalcolici in dotazione, fatto pace e sesso tra queste mura.
Anch’io sono un uomo di passaggio.
Sarò lieve, come ognuno di loro.
Ma domattina mi troverai in quest’astuccio di parole.
Dopo il suicidio di mio padre, sono franato nei sensi di colpa e nella rabbia, prerutti, di chi resta quando l’altro se ne va ferocemente.
Mia madre era nata per salvarlo, quell’uomo tormentato che scioglieva la lingua poetica nel primo bicchiere (e, dentro l’ultimo, anche il resto), incantando lei e le studentesse di Lettere. Lei gli aveva dedicato la carne e lui il carme, irrimediabilmente impari.
Anche le gravidanze – e le vite stesse di noi figli, alla fin fine – non furono altro che mezzi di distrazione dalla distruzione, uncini per appenderlo alla vita.
Ma mio padre non ci vide più di qualche attimo, dopotutto.
Da lui ho ereditato l’apologia socratica ed il destino a passare troppo tempo nell’indagine sulla terra e sul cielo.
Dalla sua sepoltura in realtà sono passati due lauree e qualche donna (e bicchiere) di troppo. Ora desidero costituirmi alla mia terra, perché il cerchio si chiuda e cinga finalmente i perimetri del mio peregrinare.
Voglio ingrassare gli aranceti, stabbiare gli ulivi della Pasqua che ci vedeva in processione nei vicoli pietrosi del borgo cilentano, rollante tra sacro e profano, tradizioni e trasgressioni, superstizioni e liturgie, liceità e licenziosità – che peraltro sono i medesimi ingredienti di cui è impastata l’anima, anch’essa basculante su abissi ponderosi ed altitudini leggiadre, in bilico sulla rovina.
In questo mio rovescio, a raccogliermi sarai tu.
Per questo ho deciso di farlo qui.
Sarebbe stato più comodo a casa, più sobrio senza meno.
Conosco travi e assi d’ogni stanza.
So calcolare nei dettagli l’equazione dell’aggravio che il mio peso (e la forza pugnace della gravità) eserciterebbe sui tasselli del robusto lampadario della sala.
Ma ho avuto paura.
Temevo che nessuno mi trovasse.
Ancor più, che nessuno cercasse.
Che sarei stato solo per giorni interi (peggio ancora, per intere notti).
Tutto pesa di più, la notte, persino un corpo.
A quel punto sarei stato uno spettacolo indegno.
Invece qui devo farmi bello.
Ho il vestito buono e mi sono rasato.
Ho lustrato le scarpe e indosso la biancheria nuova, un vezzo redato da mia madre che non rinunciò alla lingerie nemmeno in obitorio.
La sua morte, tre anni fa, è stata l’estrema offesa inferta all’uovo di disperazione custodito nel mio sterno, che si è rotto.
Eppure è stato tutto efferatamente sommesso.
Semplicemente ha esalato nel sonno, con leggerezza.
Poi, l’uncino del nulla, l’arpione dell’assenza.
È così che si muore a volte, migrando da un paese all’altro senza portare bagagli.
Da giorni fluttuava in un coma farmacologico indotto da dosi massicce di barbiturici, benzo-diazepine e oppiacei, e, in ultimo, restavano solo le sue orecchie sorde cui riversare i miei silenzi chiassosi.
Mio fratello soffriva nel vederla soffrire, io quando ha smesso di farlo.
Ero al nord da anni quando lui m’ha comunicato la diagnosi per telefono.
Per mesi l’ho scotomizzata.
Speravo che questa estrema regione settentrionale, cui avevo chiesto asilo dopo la morte di mio padre, m’avrebbe protetto anche da quella di mia madre.
Invece il dolore mi fiutava ogni giorno, mi stanava mentre mi rasavo, serravo la moka, avviavo il pc, scostavo una ciocca di capelli dagli occhi, spingevo gli occhiali alla radice del naso (nel punto esatto in cui piovono i pensieri), trincavo un Gaviscon o un Pinot, intercambiabili per me, ma non per la mia ulcera.
M’assaliva la gola d’improvviso, come un rottweiler addestrato alla lotta.
Per un attimo restavo abbacinato, importunato da un dolore che non riuscivo a ricondurre: una fitta, uno spasmo, una contrazione, uno strappo muscolare, una nevralgia.
Poi passava.
Prima che fossi in grado d’interrogarmi, tutto tornava alla normalità.
Non è stato difficile, per mesi, fingere che il malato fossi io e non mia madre.
Mi sono tenuto sapientemente alla larga dalla realtà.
Qualche telefonata epigrafica bastava a rassicurarmi sulla sua permanenza terrena.
Nel frattempo, strisciante, la paura m’intossicava sogni, pranzi, orgasmi.
Per mesi sono diventato impotente e inappetente.
Mi pensavo terminale.
Ovviamente ho consultato il meglio dei medici del nord, irriducibile.
L’ultima conversazione con mio fratello m’ha riscosso, ma solamente il viaggio verso casa m’ha riconnesso.
È morta mentre la vegliavo, senza depormi nemmeno un saluto.
Non un gesto, un sospiro, un tremito, un’impronta qualunque cui aggrapparmi. Semplicemente la sua anima, quei grevi ventun grammi di pensieri, emozioni e cianfrusaglie, s’è condensata sulle labbra in unico, impercettibile, cedimento.
Da quel giorno mi sono stagionato in casa, come un vino in barrique.
Ed eccomi, senz’altri cui schiudere questo mio guscio avicolo.
Salire quella sedia sarà come arrampicarmi sulla scalinata del duomo, vestito da cerimonia per te.
Lasciami pensare che verserai due lacrime.
Appena un pugillo di pietas per alleviarmi il peso di quest’uovo che si rompe.
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

