Fine della corsa. E allora, perché continuare a correre? Forse la vera urgenza non è tagliare un traguardo, ma avere il coraggio di fermarsi e ripartire lentamente. In un mondo che accelera oltre il limite della comprensione, la sfida diventa quella di avvicinarsi alle cose con una doppia natura: la lucidità chirurgica di un robot e l’entusiasmo vibrante di un poeta.
La società del controllo e il mito dell’infallibilità
Oggi la società chiede, anzi pretende, che ogni comportamento deviante sia controllato, catalogato e represso con rapidità ed efficacia. Psicologi e psichiatri sono chiamati a intervenire lì dove i crimini risultano incomprensibili per la ragione umana, quasi fossero corpi estranei alla nostra natura. Si parla di ‘raptus’, di perdita di controllo, di antisocialità.
Ma la risposta che ne deriva è spesso un paradosso: ai comportamenti violenti si risponde con una compassione che maschera una violenza altrettanto dura, invocando pene severe e sanzioni insolvibili. Questa ricerca esasperata di una responsabilità oggettiva non fa che alimentare attese e speranze irrealistiche. In questo scenario, non c’è più spazio per il destino. Tutto è considerato ‘dovuto’, anche quando è palesemente impossibile.
Siamo intrappolati in un confronto continuo tra fragilità e onnipotenza, dove ogni evento deve avere per necessità una causa e un colpevole. Eppure, proprio questa pretesa di controllo ci rende ciechi: stiamo in piedi per guardare le stelle e non ci accorgiamo di ciò che ci fa inciampare e cadere a terra.
Abitare il tempo che rimane
La fine della corsa, però, non deve essere un vicolo cieco, ma un ritorno alla realtà. Accorgersi che non c’è più tempo non significa fermarsi in un’attesa passiva. Al contrario, significa immergersi nel tempo che rimane e riportare la mente alla sua funzione naturale e più nobile: quella del pensare.
Lungo questa strada del ritorno, capita di fare incontri rivelatori. Come un gruppo di giovani donne incontrate per caso, che sorridono e salutano chiunque incroci il loro cammino. Sono seguaci di Hare Krishna, una piccola comunità che vive per l’incontro e per il dono di un sorriso gratuito. In quel gesto semplice, rivolto allo sconosciuto così come all’amico, si nasconde una verità profonda che la corsa ci aveva impedito di vedere.
L’umiltà come bussola
Umiltà e altruismo non sono semplici precetti morali, ma le qualità essenziali del nostro pensare. Sono gli strumenti che ci permettono di vivere davvero e di trovare un senso al tempo che ci resta da abitare.
La lucidità del robot ci permette di vedere l’inciampo per quello che è — un dato della realtà — senza il velo dell’isteria sociale. L’entusiasmo del poeta ci permette di rialzarci, non per riprendere la gara, ma per onorare la bellezza di un incontro fortuito. Fermarsi significa finalmente accorgersi della pietra che ci ha fatto cadere, ma anche della mano tesa di chi ci sorride senza un perché. È in questa sintesi tra pensiero, umiltà e presenza che la vita smette di essere una performance e torna a essere, semplicemente, un’esperienza umana
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