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La felicità è un dovere

Ho sempre insegnato questo ai miei allievi. Non sono importanti il sapere, il successo, la ricchezza, e neanche la salute. Pretendere la felicità come nostro dovere rispetto al mondo e a noi stessi è la cosa che più conta nella nostra breve esistenza. Tutte le altre cose sono mezzi per ottenere questo obiettivo.

Ma quando l’inverno sembra non finire mai… lo sguardo triste di un giovane che pure avrebbe tutte queste cose e la felicità già nelle sue mani, mi riporta a quella tendenza dell’anima che non ha nome. Comunemente si chiama depressione, ma dire depressione è troppo poco per descrivere questa condizione universale, che colpisce tutta la materia vivente. Senza questa energia dal segno negativo non c’è vita.

Molte cose non sappiamo, e una di queste è proprio perché il nostro agire emotivo è costretto a considerare anche questa dolorosa esperienza, che è la tristezza. Freud riteneva che la melanconia fosse descrivibile come il lutto. Oggi sappiamo che lutto e melanconia sono due fenomeni umani assolutamente diversi. Ma ciò che accomuna queste due esperienze sta nella loro universalità.

Nessuno di noi umani è esente dal lutto, ovviamente non quello legato ad una perdita o ad una mancanza, ma il lutto nel suo significato più vero: l’esperienza cioè della morte di una persona che ci è cara. Il lutto, come la tristezza, è un’esperienza universale.

La tristezza non ha bisogno di agganciarsi ad un evento che ci capita. Anche la gioia si tramuta in tristezza e pianto quando raggiungiamo qualcosa che non ci saremmo mai aspettati di vivere. La tristezza arriva improvvisamente, senza che ce lo aspettiamo, e ci colpisce come dolore anche del corpo, non solo della mente.

La tristezza è necessaria: qui sta la ragione della sua universalità. È l’inizio di un processo riparativo, come il sonno. Ma cosa dobbiamo recuperare attraverso la tristezza, in che cosa sta la sua funzione riparativa?

Secondo Melanie Klein, psicoanalista del ’900, la tristezza si pone come antidoto ad un pericolo maggiore alla nostra sopravvivenza. Il pericolo maggiore sta nella prospettiva cosiddetta paranoide.

Questa prospettiva, contrapposta a quella melanconica, ci porta a ritenere che siamo vittime di un mondo malvagio, indifferente, crudele. Vittime degli altri che ci aggrediscono e ci umiliano. E noi non meritiamo questo mondo ostile. E allora lo combattiamo con tutti i mezzi che abbiamo, comprese le ideologie.

Identifichiamo il nemico in una persona o in un gruppo, costruiamo ideologie, vessilli da esibire contro i nemici che dobbiamo combattere fino alla fine, come i duellanti di Conrad.

Ecco che allora la tristezza diventa riparativa: rimette l’individuo in un assetto riflessivo. La tristezza, con il suo rallentamento della vita organica — mente e corpo — ripropone una umanità meno ingombrante e ingorda.

Lo sguardo triste del giovane melanconico non deve spaventarci. Ci deve spaventare chi lo incita all’odio e alla rabbia, chi gli dice che per realizzarsi nel mondo bisogna camminare sui carboni ardenti, chi gli dice che deve essere vincente e assertivo per dominare gli altri, perché il dominio è la norma, l’attesa e la resa sono destinate all’infelicità della sconfitta.

La tristezza dell’anima ripara la ferita di un’anima che ha perso ogni scopo. Da qui nasce non la felicità, ma la felicità possibile, perché l’inverno va a finire, comunque si voglia, e con esso negli occhi tristi ritorna la luce.

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