Potrebbe essere la soluzione. Mentre il dibattito pubblico sembra ripiegarsi su una richiesta muscolare di ordine e sicurezza, un’ombra antica torna ad allungarsi sulle nostre città: la tentazione di considerare la “devianza” e la “follia” come scarti da nascondere, piuttosto che ferite da rimarginare
ITALIA. Siamo passati dai grandi ospizi psichiatrici del XIX secolo alla riforma di Franco Basaglia, che aveva abbattuto le mura della custodia per scommettere sull’integrazione. Eppure, oggi assistiamo a una pericolosa inversione di marcia.
La psichiatria e la psicologia clinica contemporanee, paradossalmente, rischiano di diventare strumenti di selezione anziché di inclusione. In un mondo che esige cittadini produttivi e prevedibili, chi non rientra nei parametri viene marginalizzato. La società chiede protezione dalla follia, ma così facendo dimentica che la sofferenza mentale non è un corpo estraneo, ma una dimensione dell’umano.
Esiste però una strada alternativa, una soluzione terapeutica che non si misura in dosaggi farmacologici, ma in una nuova percezione dell’esistenza: la cura del tempo.
Il malessere dei nostri giorni spesso deriva da una frattura temporale. Viviamo in una società che costringe l’individuo a restare prigioniero di una singola dimensione del sé. Il bambino è schiacciato su un presente immediato, privo di una narrazione che lo leghi alle radici (passato) o a una speranza progettuale (futuro). L’adulto è l’ostaggio del futuro, un futuro che non è sogno ma ansia da prestazione, in cui il presente è solo un mezzo per un fine. Il vecchio viene relegato in un passato polveroso, privato del diritto di abitare il presente e di immaginare un domani.
La vera cura consiste nel restituire a ogni essere umano la sua compiutezza temporale. L’individuo sano è un “miscuglio” armonico di tempi. Curare significa arricchire il bambino di memoria e prospettiva, permettere all’adulto di riscoprire la gratuità del qui e ora, e offrire al vecchio la possibilità di generare ancora futuro.
Sia per chi è considerato “sano” sia per chi vive il disagio della “follia”, la riconquista di queste dimensioni rimosse è l’unica vera medicina. Non abbiamo bisogno di nuovi muri o di etichette diagnostiche escludenti, ma di uno spazio sociale e interiore in cui il tempo torni a scorrere in tutte le sue direzioni. È una sfida che spetta a ciascuno di noi: riappropriarci della nostra interezza cronologica per ritrovare, finalmente, un benessere che sia autentico e collettivo.
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