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La creatività nel mondo contemporaneo

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Quando Einstein concluse gli studi al Politecnico, nel luglio del 1900, si classificò solo quarto su cinque promossi. Questo dettaglio della sua biografia potrebbe creare un malinteso, lasciando pensare che egli non fu un ottimo studente durante gli anni universitari. In verità, da un punto di vista accademico egli si distinse, non a caso egli fu il primo del suo corso negli esami di fine biennio del 1898. Come mai allora gli esami finali furono una tale débâcle? Probabilmente fu a causa della sua tesi di laurea. La prima proposta che presentò come argomento per la tesi al suo relatore riguardava l’esecuzione di un esperimento per la misura della velocità della Terra attraverso l’etere.

 

L’esistenza dell’etere era allora opinione corrente, e anche se allora Einstein non poteva saperlo, sarebbe stato lui stesso a smontare tale convinzione con la sua teoria della relatività ristretta. Il professor Weber rifiutò la prima proposta. Così Einstein propose un’altra tesi di ricerca, che questa volta prevedeva l’indagine sul legame tra le capacità di diversi materiali di condurre il calore e l’elettricità. Il professor Weber rifiutò anche la seconda proposta. Einstein allora fu costretto ad eseguire uno studio esclusivamente sulla conduzione del calore, che però non lo stimolava affatto; e come conseguenza egli ottenne uno dei voti più bassi del suo corso. Egli inoltre fu l’unico dei diplomati della sua sezione al Politecnico a cui non fu offerto un lavoro dopo la laurea, e non riuscì ad ottenere immediatamente una borsa per conseguire il dottorato.

 

Le sue parole, ripensando a quel momento furono: “Fui improvvisamente abbandonato da tutti”. Fu solo grazie alle raccomandazioni del suo amico Marcel Grossman – che fu come il suo angelo costume nella vita reale – che riuscì ad ottenere un lavoro all’Ufficio Brevetti, in modo tale da mantenere uno stile di vita adeguato per lui e la sua amata Mileva. Considerando la sua biografia con una visione postuma, probabilmente Einstein non sarebbe riuscito a formulare le sue teorie, rivoluzionando il mondo scientifico come praticamente nessun altro del suo secolo, se avesse conseguito immediatamente quella borsa di studio all’università. Questa, ovviamente, è solo un’ipotesi. Un’ipotesi, tuttavia, non senza fondamenti. Egli ebbe indubbiamente tempo per pensare lavorando all’Ufficio Brevetti, forse molto di più e senza
tutte le pressioni a cui sarebbe stato sottoposto se fosse rimasto dentro l’ambito universitario. Invece dovettero passare quattro lunghi anni prima che potesse vedersi accettata una dissertazione di dottorato.

 

Nonostante Einstein avrebbe poi parlato dei suoi anni al Politecnico con immenso affetto, le sue parole riguardo alla disciplina richiesta in ambito accademico furono: “Questa coercizione ebbe un effetto così deprimente su di me che, quando ebbi dato l’ultimo esame, per un anno intero qualsiasi problema scientifico mi parve disgustoso”. Fortunatamente, Einstein si accorse di poter svolgere il lavoro di ufficio in tre o quattro ore, e dedicare il resto del tempo all’elaborazione delle sue idee. La fortuna di ritagliarsi del tempo per la riflessione scientifica durante la giornata, e probabilmente la sua alienazione dalle pressione delle idee correnti accademiche, furono fondamentali per la sua creatività. Questo ci insegna che oltre ad essere una questione di tempo, siamo artefici di bellezza solo quando siamo liberi di seguire ciò che ci stimola.

 

Come scrive Walter Isaacson, se Einstein fosse stato un assistente probabilmente si sarebbe sentito in dovere di “produrre pubblicazioni innocue in quantità e forzato ad essere eccessivamente cauto nel mettere in discussione le idee accettate”. Proprio a causa della sua “sfortuna” in termini di carriera, egli era libero di spendere le sue giornate dilettandosi ad immaginare esperimenti mentali basati su premesse teoriche: ad esempio riuscì a svelare le leggi della relatività ristretta immaginando come sarebbe stato cavalcare un raggio di luce – comprendendo che il moto della luce è sempre identico, indipendentemente dalla vostra velocità -. Sicuramente non il metodo con cui immaginiamo ragionino classicamente gli scienziati. Che cosa ci distingue dagli animali? Che cosa distingue Einstein da un’anatra? Dire la creatività, in modo generale, sarebbe sicuramente un’esagerazione.

 

Se gli uomini hanno potuto “dominare” il mondo, è solo perché siamo gli unici animali che sono stati “in grado di cooperare flessibilmente in grandi numeri”, e per farlo si richiede un’incredibile capacità di immaginazione. Questo processo richiese un graduale, e significativo sviluppo della nostra capacità linguistica. La capacità di comunicare in modo astratto, ossia in modo creativo, è stata essenziale alla cooperazione. Spesso riduciamo il linguaggio degli altri animali ad un mero suono senza significato, ma il linguaggio animale può essere molto complesso: dal linguaggio complesso dei cetacei che ancora fatichiamo a comprendere fino a ai vocalizzi referenti delle scimmie. Nonostante ciò, il nostro linguaggio contiene la chiave che diede vita alla fondazione delle prime civiltà: la capacità di parlare di ciò che non esiste. Se il nostro linguaggio si fosse limitato a dare avvertimenti su dove si abbeveravano le antilopi o dove si appostava un gruppo di leoni, non avremmo certo il mondo come lo conosciamo oggi.

 

La capacità di creare, e di immaginare, è stata la chiave del nostro successo come specie. Grazie a questa capacità siamo passati da vivere in un gruppo limitato a 150 individui circa, fino ai villaggi, e poi alle città, arrivando a convivere in interi imperi. E questo incredibile legame è composto di storie, non di geni. Che questo abbia avuto un effetto positivo sulla vita dei singoli è molto improbabile, ma ha dato una spinta evoluzionista senza precedenti alla nostra specie. Certamente certi animali, come le formiche o le api, lavorano con una cooperazione impeccabile da milioni di anni, ma ciò che le tiene unite sono appunto geni e la conoscenza integrata che essi ricevono biologicamente. La maggior parte delle conoscenze che ci trasmettiamo come uomini, e che inglobiamo, sono comunicate tramite il linguaggio, e migliaia di queste nozioni, che si rilevano fondamentali per la sopravvivenza della società – come i soldi, l’idea di nazione o che esistano esseri trascendentali come dei – sono niente più di miti che l’immaginazione di massa condivide, e in cui crede ciecamente. È come se la nostra società fosse costantemente sospesa sulla ceca fede di un’immaginazione collettiva. La nostra devozione alla creatività inoltre si può notare con quello che stiamo tentando di fare oggi con l’intelligenza artificiale: cercare di rendere le macchine non solo razionali, ma addirittura fantasiose. E non senza successi, anzi. Che cosa ci distingue dall’intelligenza artificiale? In termini organici, non siamo originariamente evoluti per effettuare calcoli, anche se essi sono necessari per mantenere la burocrazia, e quindi l’ordine della società, da quella babilonese a quella tedesca dei giorni nostri.

 

Per millenni le nostre conoscenze erano limitate ad incorporare nozioni di zoologia, erboristeria o logistica. Anche in questo caso, la tesi proposta potrebbe appunto consistere nella creatività. Nonostante questo ci abbia reso fino ad oggi unici, il limite tra noi e la tecnologia sta diventando sempre più labile. Una capacità che abbiamo sempre pensato ci distinguesse come caratteristica propria della specie umana. Fino a quando un programma chiamato AlphaGo, e sviluppato da Google DeepMind, ha vinto in un’attesissima serie di partite, contro il pluripremiato campione mondiale, il sudcoreano Lee Se-dol. Il gioco del go è un gioco da tavolo strategico che ebbe origine in Cina più di tremila anni fa: non c’è un gioco da tavola più antico di questo. Un gioco che farebbe impallidire qualsiasi ottimo giocatore di scacchi, Bob Fischer compreso. Un gioco che richiede non solo un’incredibile capacità strategica, ma anche una capacità di immaginazione fuori dal comune, dato che in questo gioco i dati disponibili per il calcolo sono pochi, mentre l’intuizione ha un ruolo preponderante. Nonostante le sue regole semplice, è un gioco strategicamente molto complesso.

 

Talmente complesso, che una proverbio coreano afferma che nessuna partita di go sia mai stata giocata due volte, che può essere verosimile considerando che ci sono 2,08×10170 diverse posizioni possibili. “Il go sta agli scacchi occidentali come la filosofia sta alla contabilità a partita doppia”, lo descrisse Trevanian nella sua opera Shibumi. Il ritorno delle gru. La nostra creatività è così incredibile, che siamo riusciti perfino a creare macchine con una buona dose di intuizione, e con la capacità di reinventarsi grazie all’esperienza acquisita, che sta a significare “macchine creative”. Durante la Rivoluzione Industriale le macchine hanno iniziato a sostituire l’uomo, riuscendo a sollevarci dalle fatiche fisiche: questo è il ruolo a cui abbiamo sempre relegato le macchine. Per molto tempo abbiamo sempre considerato che il fine ultimo delle tecnologia non fosse altro che quello di regalarci più tempo, anche per pensare, magari riuscendo così a contribuire alla conoscenza umana, o solo per goderci la vita. Se non fosse che dalla Rivoluzione Industriale abbiamo ereditato allo stesso tempo un mito che naviga contro la nostra esperienza del creare: un modello di giornata lavorativa che ci ricompensa in base alla durata della nostra prestazione, invece che soffermarsi su ciò che realmente facciamo. Ora, inoltre, si prospetta una nuova rivoluzione: stiamo lasciando all’intelligenza artificiale anche la creazione intellettuale. Nel 1984 il filosofo rumeno Cioran scriveva, a proposito della nostra meravigliosa capacità di delirare: “Tutto si dilata per acquisire l’abitudine all’insolito. Produzione di miracoli: tutto converge verso di noi, poiché tutto parte da noi.Può la mente concepire tanta luce e questo tempo che improvvisamente muta in eternità? E chi genera in noi questo spazio che trema e questi urlanti equatori?”. Rispondere a Cioran è un’impresa assai ardua, ma che ci stimola a chiederci: cosa ne sarà degli uomini e dei loro miracoli, se rinunciamo nel prodigarci a creare in modo insolito, lasciando che siano menti artificiali a farlo per noi?

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