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La Befana e il fuoco

È un accostamento che ha radici antiche, addirittura mitologiche. La dolce vecchina a cavallo di una scopa porta dolci e regali ai bambini, ma nel suo sacco ha anche carbone. Nello stesso giorno o periodo dell’anno, in molte parti d’Italia — e credo anche nel mondo — si celebra un rituale antico: sterpaglie e resti di potatura accumulati in autunno vengono bruciati nei campi.

I falò, altissimi, riscaldano l’aria ed eccitano lo spirito del villaggio. Tutti intorno a questo fuoco cantano filastrocche propiziatorie e si divertono in una festa collettiva. Con il fuoco si vuole risvegliare la natura assopita dal freddo. Il fumo sale e il suo ondeggiare nell’aria è auspicio di una buona annata. Non a caso la Befana vola proprio come il fumo dei falò.

La scopa ricorda le fascine ammassate, i residui del fieno tagliato, i resti delle viti e degli alberi da frutta che dovranno dare nuovi raccolti. Ma perché una vecchia porta tanta fortuna? Perché, nel continuo riciclo generazionale, al vecchio subentra il giovane: alla sterilità della vecchiaia segue l’abbondanza della giovinezza. È un passaggio obbligato, che propizia felicità e benessere ai bambini, simbolo del futuro, mentre i vecchi rappresentano il passato.

La vecchia, stracciona e malmessa, incarna la decadenza, la fine necessaria affinché la nuova generazione possa subentrare con i migliori auspici. Tutto ciò avviene all’insegna del fuoco, che arde, concima la terra e purifica l’aria.

La parola “Befana” deriva da “Epifania”, solennità celebrata dal cristianesimo come manifestazione del Dio vivente e incarnato. I Re Magi portano doni al Bambino: l’oro, simbolo di ricchezza; l’incenso, che come il fuoco eleva e purifica; la mirra, che protegge e sana. I Magi, anziani e sapienti, sono attratti dalla luce della stella, ma soprattutto da quel “fuoco vivente” destinato a cambiare il mondo.

Il fuoco è sempre presente in questa celebrazione della vita, destinata a vincere sulla morte. Secondo la mitologia classica, il fuoco è il dono che il titano Prometeo ruba a Zeus per donarlo agli uomini. Prometeo rappresenta la sfida della materia che si ribella al suo creatore: da essa, come da un monte vulcanico, sgorga il fuoco che illumina il buio e dà vita alle cose.

Il fratello di Prometeo è Epimeteo, pigro e distratto, legato alla terra e incapace di guardare il cielo. A lui Zeus dona in sposa Pandora, la prima donna, che porta con sé un vaso ermeticamente chiuso. Zeus ha ordinato di non aprirlo mai, ma Epimeteo, desideroso di possederne i tesori, lo apre sfidando il volere divino.

Dal vaso di Pandora non escono dolci e regali, come dal sacco della Befana, ma tutti i mali destinati a colpire l’umanità: guerre, disgrazie e infelicità. Epimeteo, già colpevole di aver dimenticato gli uomini distribuendo i doni agli animali, viene nuovamente ingannato.

Quello che si festeggia in queste settimane d’inverno è dunque il fuoco nella sua ambivalenza: forza vitale e distruttiva allo stesso tempo. Si parla di diritti, di regole e di responsabilità, ma tutto resta nelle nostre mani e nella naturale ambiguità con cui affrontiamo i problemi.

Diciamo di sapere e lottiamo per un sapere che in realtà non possediamo. Eppure, anche se il fuoco si spegne, la natura ritroverà la sua forza vitale. Così anche la nostra mente dovrebbe restare libera, capace di ragionare senza costrizioni e di trovare nuove soluzioni.

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