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La bambina con le trecce

6 minuti di lettura

Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

LA BAMBINA CON LE TRECCE

La bambina, di poco più di due anni, procedeva spedita, saltellando agilmente lungo il sentiero in mezzo al bosco. Le trecce scure, adornate da due grandi fiocchi bianchi, danzavano leggere intorno alla piccola testa bruna, ballonzolando come le code di un aquilone. Due farfalle vaporose nella brezza estiva.

«Guarda, nonna! I miei sandaletti sono magici! Riesco a scavalcare anche i sassi! E mi fanno correre veloce! Senza cadere!»
E la bimba scattava di nuovo in avanti, ridendo canterina.
Due donne anziane la seguivano dappresso, camminando con lentezza intanto che chiacchieravano. Entrambe indossavano un vestito nero abbottonato davanti e legato in vita da un grembiule a fiori. La forma del viso e la crocchia di capelli intrecciati legati sulla nuca e fermati con delle forcine, indicavano che erano sorelle. Mostravano di avere tra sessanta e settant’anni, ma una delle due era sicuramente più anziana. Mentre conversavano non perdevano d’occhio la minuscola figurina che correva in avanti e poi ritornava indietro e poi si fermava ad aspettarle, impaziente ma restia ad allontanarsi troppo. La piccola era la prima nipotina di una e pronipote dell’altra.

«Forza, dai, nonna Angelina e zia Teresì! Io sono già arrivata!»
E infatti la piccola, dopo aver arrancato schivando ciottoli e piccoli massi, si era fermata ad

attenderle seduta su una piccola sporgenza, nel punto in cui la radura si apriva sullo scorcio meraviglioso della valle giù in basso e più in là quello della pianura lombarda.
Una piccola striscia di terra compatta si diramava tra l’erba poco più sotto, terminando in un prato circondato da faggeti. Giù in fondo il tetto di una minuscola casupola si intravedeva tra le folte chiome dei faggi disposti a cerchio.

«Stai attenta, Ambra!» disse la più anziana con tono perentorio. «Guarda che se cadi poi la senti la zia sgridare me e anche la zia Teresì, che non siamo state capaci di tenerti d’occhio!»
«No, non cado, perché questi sandaletti sono magici!»
Eccola, davanti a lei, la piccola casetta tutta verde, impreziosita da una finestrella. Una serie di pietre squadrate che fungevano da scalini portavano direttamente all’entrata. Era il roccolo detto Roculì, Roccolino. Le avevano sempre raccontato che apparteneva al suo papà, perciò si poteva proprio dire che quella casetta era sua. Tutta sua.

Le due donne adoravano quella bambina. Era il loro futuro, la loro infanzia mai vissuta. La loro speranza di vita migliore. Con la sua leggerezza rasserenava il loro cuore stanco e provato dalla vita. Il papà Mansueto, classe 1925, sopravvissuto a retate e rastrellamenti per essersi rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, sfuggito fortunosamente alla deportazione in Germania riuscendo a scardinare alcune assi che sbarravano il vagone piombato che lo stava portando nei campi di lavoro, nel 1947 era partito per cercare lavoro in Svizzera. Non l’aveva fermato né il pianto di sua madre, né il rimprovero del padre perché veniva lasciato solo ad arare il campo. Era riuscito a ritornare a casa solo nella primavera del ’62, un paio di giorni prima della nascita della sua bambina. Una volta organizzato il battesimo come da prassi dopo nove giorni, era dovuto ripartire per l’estero.

Era ritornato solo a dicembre, per poi ripartire di nuovo. La mamma della piccola doveva continuare a lavorare in fabbrica nel fondovalle come operaia, ma i turni massacranti che coprivano anche le ore notturne resero necessario affidare Ambra, due mesi appena, alla famiglia paterna, su al paese in montagna.

Il papà saliva a trovarla quando poteva, in funivia e in bicicletta, accompagnato talvolta dalla mamma. In estate, da prima dell’alba fino a dopo il tramonto, tutti erano impegnati nella fienagione, nella cura della stalla e delle mucche, perciò della nipotina si occupavano le due anziane sorelle. La passeggiata al roccolo del Roculì era il loro rito pomeridiano.

Anche quel pomeriggio Ambra si sedette in attesa su uno dei massi che circondavano il capanno. «Nonna, dai, raccontami ancora la storia del mio roccolo!»
«Va bene, Ambra. Allora… Tanto tempo fa qui era tutto bosco, un bosco fitto e antico, pieno di animali. Un grande bosco. Passavano gli uccelli durante le loro migrazioni in autunno, ma una notte di bufera, sul finire di ottobre, molti storni per sfuggire alla furia della tempesta si appoggiarono sui rami e lì rimasero trovando riparo, in attesa dell’alba. Quando la mattina seguente tuo nonno Giovanni arrivò nel bosco vide i rami degli alberi trasformati in una marea di piccoli cuori pulsanti che lo occhieggiavano dall’alto.

I capini degli uccellini con i piccoli becchi spuntavano tremolanti tra le ali raccolte intorno ai pancini infreddoliti, mentre gli occhietti lo fissavano spaventati. Erano talmente stanchi e indeboliti che non avevano avuto la forza di alzarsi in volo. Tuo nonno Giovanni era un cacciatore e anche quella mattina aveva con sé il fucile, ma la vista di quelle centinaia di uccellini addormentati sui rami lo fece desistere da ogni tentativo di cattura. Rimase lì, appoggiato ad un tronco, in attesa che i raggi del sole, dopo la nevicata della notte precedente, scaldassero a poco a poco quei corpicini gelidi.

E poi ecco che gli uccellini allargarono uno alla volta le piccole ali e, come ad un tacito segnale, spiccarono il volo. Era uno spettacolo che anche tuo nonno, seppur nella sua vita abituato a vivere nel bosco, non aveva mai visto. Fu così che decise di costruire un piccolo roccolo, pietra su pietra. Nessuno però avrebbe mai potuto usare il Roculì per sparare agli uccelli. Sarebbe stato il luogo in cui durante la loro passata autunnale avrebbero potuto fermarsi e ristorarsi, un rifugio tra le fronde.

Ogni giorno saliva come un gatto sui tronchi possenti di questi secolari faggi che sono antichissimi! Poi univa i rami da un faggio all’altro come a intrecciare le mani, fino a creare questa bellissima cupola, come un tetto, così gli uccellini avrebbero potuto appoggiarsi e dormire tranquillamente, mettendosi in salvo da ogni intemperie, prima di riprendere il loro lungo viaggio.

Ma ha pensato anche a te. Mi ha detto: “Angelina, quando Mansueto avrà un bambino o una bambina voglio che i miei nipotini possano venire in questo piccolo roccolo e starsene tranquilli ad ascoltare le voci degli uccellini”. Tuo nonno tu non l’hai mai conosciuto, ma lui è ancora qui e ti sta aspettando.»

Quando terminò il racconto, Angelina sentì come al solito salire le lacrime agli occhi e la sorella Teresì le strinse dolcemente il braccio. Quel bosco avrebbe dovuto appartenere ai loro 4 fratelli. Ma erano morti nella Prima Guerra Mondiale. Uno per ogni anno di guerra. Non erano mai più ritornati a casa, le loro ossa si erano disperse lungo le alture straniere e di loro non vi era stata più traccia, se non un semplice verbale di morte e un telegramma giunto dopo mesi. E quando il loro papà morì di crepacuore nel 1919, il bosco si era come inselvatichito, sperso nel suo silenzio. Come se fosse lui stesso in lutto.

L’unico che era riuscito a tornare a casa, seppur gravemente ferito e disperatamente distrutto nel corpo e nell’anima, fu l’alpino primogenito. Per riuscire a sopportare l’enorme dolore della perdita dei tre fratelli più piccoli, morti a poco più di vent’anni, si recava spesso nel bosco a piangere e a sfogare il proprio dolore, abbracciato agli alberi perenni, consolatori silenziosi della sua tragedia. Ma qualche anno dopo se ne andò anche lui, ridotto a un guscio vuoto, un relitto schiantato al suolo. E così il bosco era stato ereditato da Angelina.

Ma questa era una storia che la piccola Ambra ancora non era pronta ad ascoltare. Ci sarebbe stato tempo un giorno, ma non ora. Anche quel pomeriggio la piccina chiuse gli occhi e giunse le mani in preghiera, lasciando che le trecce volassero in avanti sul suo petto e poi mosse le labbra pronunciando a mente una piccola preghiera. Era la sua preghiera segreta agli alberi, al nonno, al Roculì, al papà e alla mamma. Poi andò verso la porta del roccolo, l’aprì e fu dentro.

Come in un gioco antico, le due anziane donne di montagna la seguirono all’interno. Lei avrebbe fatto gli onori di casa, avvolta nella coperta di lana sferruzzata dalla nonna. Avrebbero fatto finta di prendere il tè e di giocare con i padellini. Sarebbero state tranquille rinchiuse in quella minuscola casetta di bambole e le due donne avrebbero recitato il rosario mentre lei giocava.

Una bambina con le trecce, a sognare di vivere un giorno proprio in quel roccolo, e due anziane sorelle in preghiera, unite da lutti e tragedie e dolori. Poi, allo scoccare delle ore dal campanile del paese sottostante, avrebbero chiuso la porticina con il chiavistello e sarebbero risalite sul sentiero, per continuare il percorso verso le prime case del paese. Non prima però che la piccina avesse mandato un bacio agli alberi e un saluto con la mano. Una bambina con le trecce simili a farfalle, piccola inconsapevole erede di Memoria e di Storia.

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