La notte scorsa Gaza City è stata travolta da una delle più massicce offensive dall’inizio del conflitto. Poco prima della mezzanotte, i tank israeliani hanno fatto irruzione nella città, accompagnati da artiglieria, droni e bombardamenti a tappeto
ISRAELE. All’alba, il bilancio era già drammatico: oltre 40 morti che si aggiungono ai 62 del giorno precedente. Secondo le fonti militari israeliane, l’Idf avrebbe già il controllo del 40% dell’area urbana.
Numeri e proporzioni raccontano la gravità: dal 7 ottobre 2023, data in cui è esplosa l’ultima ondata di violenze, un decimo della popolazione palestinese sarebbe rimasto ucciso. È una cifra che descrive più di ogni analisi la portata di questa guerra.
Mentre le bombe piovono, la popolazione civile cerca disperatamente la salvezza verso sud. Migliaia hanno trovato rifugio nei campi di al Mawasi e Khan Younis, ma circa 700mila persone rimangono ancora intrappolate a Gaza City. Qui, Hamas esercita la sua pressione, nel tentativo di impedire lo spopolamento della città.
Le accuse sono gravissime: i miliziani avrebbero riportato in superficie i 20 ostaggi israeliani catturati nell’attacco del 7 ottobre, usandoli come scudi umani. Una strategia che esaspera la tensione e che, come ha denunciato lo stesso Presidente Usa Donald Trump, rischia di trasformare gli ostaggi in vittime collaterali dell’offensiva.
“Gaza brucia. Non ci fermeremo fino al completamento della missione”, ha scritto sui social il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. Obiettivi dichiarati: riportare a casa gli ostaggi ed eliminare Hamas. Una linea dura che trova il sostegno politico e militare degli Stati Uniti: il premier Netanyahu ha ringraziato la Casa Bianca per l’“incrollabile supporto”.
Il segretario di Stato Marco Rubio, in viaggio verso il Qatar, ha sottolineato il ruolo centrale di Doha come unico possibile mediatore con Hamas. Ma nel contesto arabo-islamico, le reazioni sono opposte: il vertice in corso ha condannato l’attacco israeliano, mettendo in guardia dai rischi di un collasso dei fragili equilibri costruiti con gli Accordi di Abramo.
Il dramma non risparmia neppure la piccola comunità cristiana. Un video diffuso dal parroco della Sacra Famiglia a Gaza, padre Gabriel Romanelli, mostra fedeli in preghiera interrotti da un fragoroso boato: una bomba è esplosa a pochi metri dalla chiesa. Immagini che ricordano come nessun luogo, neppure quelli religiosi, sia oggi al sicuro.
Quella di stanotte non è stata solo un’operazione militare: è stata la conferma che Israele non intende fermarsi prima di aver piegato Hamas. Ma è anche la prova che Gaza sta diventando un campo di battaglia totale, in cui i civili restano il bersaglio più fragile e indifeso.
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