Le guerre cominciano quasi sempre con obiettivi definiti. Finiscono, invece, dentro zone grigie che nessuno aveva davvero previsto. L’Iran, dopo i bombardamenti americani e israeliani, è entrato esattamente in quella fase
IRAN. Secondo quanto emerge dalle dichiarazioni di Washington e Tel Aviv, gli attacchi hanno preso di mira i pilastri del potere della Repubblica islamica: il programma nucleare, le capacità missilistiche e i Guardiani della Rivoluzione, il vero centro di gravità politico e militare del sistema costruito dopo il 1979. L’idea dichiarata — almeno sul piano politico — è che l’indebolimento del regime possa aprire uno spazio a una sollevazione popolare.
Per anni il popolo iraniano ha protestato ciclicamente contro il potere clericale: dalle manifestazioni del Movimento Verde del 2009 alle rivolte economiche del 2019, fino alle proteste esplose dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022. Ogni volta la risposta è stata la stessa: repressione capillare, arresti di massa, uso sistematico della forza e un controllo sempre più stretto dello spazio pubblico e digitale. Migliaia di persone sono finite in carcere, centinaia sono morte negli scontri, e un’intera generazione è cresciuta con la consapevolezza che dissentire comporta un prezzo altissimo.
Perché la domanda centrale non è se gli iraniani desiderino un cambiamento — molti lo desiderano apertamente da anni — ma se abbiano le condizioni per tentarlo mentre il Paese è sotto attacco esterno. La storia mostra che le società bombardate tendono a chiudersi, non ad aprirsi. Anche cittadini ostili al regime possono temere il vuoto di potere più di quanto detestino chi governa.
La prima è quella di una transizione rapida: le forze armate depongono le armi, l’opposizione si compatta e nasce un Governo provvisorio in vista di elezioni. È lo scenario evocato da parte della leadership americana, ma richiede una convergenza quasi perfetta tra opposizioni divise, apparati militari disposti a cedere e una popolazione pronta a scendere in massa nelle strade. Al momento, nessuno di questi elementi appare pienamente visibile.
Più concreta è l’ipotesi di una continuità mascherata da cambiamento. Dopo l’eliminazione della guida suprema, una nuova leadership potrebbe emergere dall’interno del sistema — più pragmatica nei rapporti con l’Occidente ma determinata a preservare l’ossatura del regime. In questo scenario, Teheran negozierebbe sul nucleare e sulle sanzioni per garantire la sopravvivenza dello Stato, mentre la repressione interna continuerebbe, forse con toni meno ideologici ma non meno efficaci.
Un terzo scenario vede invece il regime resistere, trasformando la guerra in strumento di consolidamento. I bombardamenti diventerebbero la prova narrativa dell’assedio straniero, rafforzando le componenti più radicali. L’Iran potrebbe spingere ulteriormente i propri programmi militari nell’ombra, convinto che solo una deterrenza nucleare garantisca la sopravvivenza del potere. Sarebbe una traiettoria simile a quella di altri Stati isolati: meno integrazione internazionale, più sicurezza interna e controllo sociale.
Infine, l’ipotesi più temuta: il logoramento progressivo dello Stato. Se settimane di attacchi indebolissero seriamente l’apparato centrale, proteste popolari, defezioni militari e tensioni etniche potrebbero sovrapporsi. Le minoranze curde, baluci e azere hanno storie di conflitto con il potere centrale e potrebbero approfittare di confini meno controllati. In un Paese vasto e complesso come l’Iran, il rischio non sarebbe solo il cambio di regime, ma la frammentazione.
Ed è forse questa la vera incognita: l’Iran non è soltanto un governo, ma una società giovane, urbana e istruita che negli ultimi quindici anni ha mostrato una crescente distanza dal potere religioso. Tuttavia è anche uno Stato con istituzioni coercitive profonde e radicate, costruite proprio per sopravvivere alle crisi.
Nelle strade di Teheran, Isfahan o Shiraz, oggi convivono sentimenti opposti: speranza, paura, rabbia, prudenza. Molti iraniani hanno sfidato il regime quando il nemico era interno; farlo mentre il Paese viene colpito dall’esterno è una scelta infinitamente più rischiosa.
Per questo il futuro immediato dell’Iran non dipenderà soltanto dalle prossime mosse militari, ma da una variabile imprevedibile quanto decisiva: se e quando la popolazione riterrà che il pericolo maggiore non sia più il caos, ma la continuità del sistema che l’ha repressa per quasi mezzo secolo.
È una differenza sottile. Ed è spesso lì che si decide il destino delle rivoluzioni.
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