Delegato Pontificio presso la Santa Casa di Loreto
Fare un bilancio su quali effetti spirituali abbia avuto l’ultimo giubileo, quello intitolato “Pellegrini di Speranza”, sui fedeli e pellegrini in un luogo simbolo come la Santa Casa di Loreto, che ha saputo attirare nei secoli sia celebrità che gente comune, era necessario. E questa è stata la prima suggestione per poter intervistare Mons. Fabio Dal Cin, Delegato Pontificio presso questo santuario. Un santuario mariano unico nel suo genere, perché all’origine non c’è un’apparizione o una statua prodigiosa, ma una reliquia straordinaria: le tre pareti della Casa di Nazaret; lo spazio in cui la Madonna è nata, cresciuta e dove è avvenuta l’Annunciazione. Più che un messaggio particolare, questo luogo custodisce la memoria del Mistero dell’Incarnazione e testimonia la presenza viva di Maria, che ha fatto della propria esistenza una “casa” per accogliere e “dare la sua carne” al Figlio di Dio.
L’occasione si è concretizzata, anche se era stata programmata proprio a ridosso della fine del Giubileo, durante un pellegrinaggio della diocesi di Treviso, dove i pellegrini hanno potuto assistere alla celebrazione delle 7,30, officiata dal Vescovo Fabio e trasmessa su Rete Pace (canale 76) ogni mattina. La messa è stata concelebrata da Don Antonio Guidolin, referente diocesano per le cause dei santi e per la riscoperta dei testimoni della fede della diocesi di Treviso, nonché guida spirituale del pellegrinaggio in questione.
Dopo la celebrazione, tra un impegno e l’altro, è stato possibile essere ricevuti da Don Fabio ed avere con un lui una proficua conversazione, resa densa dalle informazioni richieste, ma anche dalle riflessioni che sono state indotte dagli argomenti trattati.
Innanzitutto il delegato pontificio ha sintetizzato il suo incarico come un servizio: “cerco di essere prete facendo del mio meglio con semplicità, sapendo di essere solo strumento nelle mani di Dio. I veri protagonisti sono la grazia e il bene che passano attraverso di noi; il nostro unico compito è impegnarci a fare bene il bene che ci viene chiesto di fare”.


Per quel che riguarda un bilancio sugli esiti del giubileo, don Fabio ha evidenziato tre aspetti rilevanti riguardo ai pellegrinaggi. In primo luogo non ha interessato solo i gruppi organizzati, ma soprattutto le famiglie, che hanno sostato nella Santa Casa in preghiera ed hanno colto a pieno una delle mission di questo luogo che è Santuario della Famiglia. Nella santa Casa la Vergine Maria ha vissuto come sposa e come madre, donandosi tutta per suo figlio Gesù e per suo marito Giuseppe.
Un altro aspetto che risalta è la forte affluenza di gruppi giovanili, attratti dalle tante proposte offerte dal Santuario. Iniziative che diventano vere occasioni per permettere ai ragazzi di interrogarsi sul senso profondo della vita e di scoprire in Maria il modello a cui ispirarsi per rispondere al disegno di Dio. La Santa Casa, infatti, è la dimora che custodisce il “Sì” di Maria, sul quale si appoggia il “sì” di ogni vocazione. E i giovani desiderano state vicino al Santuario perché questo luogo attrae e fa percepire la grazia della presenza materna di Maria.
Si è poi constato una crescente affluenza di pellegrini cristiani non cattolici, in particolare ortodossi, che sempre più frequentemente chiedono di potervi celebrare le proprie divine liturgie.
È un segnale profondo, che conferma e rafforza la vocazione ecumenica della Santa Casa di Loreto: un luogo di fede che travalica i confini confessionali per farsi, a tutti gli effetti, la casa comune di tutti i cristiani.


Tracciando un bilancio dei suoi nove anni di mandato – segnati nel mezzo dalla pandemia Covid -, il Delegato Pontificio ha evidenziato come quel periodo di stop forzato abbia generato un rinnovato slancio verso giovani e famiglie. In questo percorso si è rivelata fondamentale la sua precedente esperienza parrocchiale: l’obiettivo non è solo quello di offrire una semplice ospitalità, ma trasformare l’accoglienza in un’occasione concreta per aiutare i pellegrini ad attingere al carisma e alla grazia della Santa Casa.
La Santa Casa si fa così segno concreto di accoglienza ed evangelizzazione: ne è un esempio la speciale opportunità offerta ai giovani di rimanere all’interno della basilica una sera, a porte chiuse, per un momento di raccoglimento unico e profondo.
Perché parlare solo della Madonna di Loreto è riduttivo?
Definire Loreto semplicemente come “il Santuario della Madonna di Loreto” rischia di essere riduttivo. La sua titolazione corretta è Santuario della Santa Casa di Maria. Qui la Casa – come ricordava san Giovanni Paolo II – si fa icona di verità non astratte, ma concrete.
Le sue Sante Mura sono, anzitutto, il luogo primordiale della famiglia: rimandano alle dinamiche reali e quotidiane della cellula fondamentale della Chiesa e della società, offrendo chiavi di lettura umane e teologiche di straordinaria attualità.
Come ha messo in luce il Delegato Pontificio, tra queste pareti la Vergine non ha vissuto soltanto il prodigio dell’Annunciazione, ma ha attraversato l’intera gamma dell’esperienza umana: la trama quotidiana dell’amore sponsale con Giuseppe, la prova della vedovanza e il dolore per la perdita del Figlio.


Di particolare spessore teologico è la relazione tra Maria e Giuseppe. Per adempiere alla sua vocazione unica di Madre del Verbo incarnato, la Vergine ha goduto di un privilegio singolare (l’Immacolata Concezione) e di una pienezza di grazia. Tuttavia, nel disegno provvidenziale, ha avuto bisogno di avere al suo fianco un uomo della statura umana e spirituale di Giuseppe. La loro è stata davvero una relazione autentica, vissuta in un amore casto e verginale spinto “fino all’ennesima potenza.
In questa sintesi perfetta tra grazia divina e cooperazione umana, la Santa Casa si rivela così un luogo di grazia speciale per ogni vocazione: sia per chi è chiamato al matrimonio, sia per chi è chiamato alla consacrazione verginale e celibataria.
Un altro imput di riflessione che ci dà la Santa Casa riguarda il senso del lavoro. Tra queste mura, Giuseppe ha insegnato a Gesù un mestiere e il Figlio di Dio ha lavorato concretamente con le proprie mani.
Questo luogo ci ricorda che il lavoro non è una mera necessità per procurarsi da vivere, ma lo spazio in cui esprimere la propria dignità e la creatività a servizio della comunità, con passione, onestà e dignità. Lavorare significa prolungare l’opera creatrice di Dio. La santa Casa ci ricorda che dei suoi trent’anni trascorsi a Nazaret nella vita familiare, Gesù ne ha dedicati la maggior parte all’obbedienza quotidiana e al lavoro manuale, conoscendone a fondo anche la fatica. Ecco perché il lavoro va amato e custodito: perché anche Cristo ha lavorato.
E qui Mons. Dal Cin ha chiamato in causa Marta e Maria, le due sorelle di Lazzaro, una più propensa alla vita concreta, l’altra più a quella contemplativa. Ma entrambe, con la loro concretezza e preghiera facevano riferimento a Dio nella loro vita.
Ritornando al suo ruolo di delegato pontifico, lui dice che tenta di ispirarsi proprio a queste due figure evangeliche: Marta e Maria; cercando di coniugare l’efficienza della gestione materiale con il cuore della missione evangelizzatrice. Si tratta di garantire un’accurata accoglienza umana ricolta ai pellegrini e, al tempo stesso, favorire il loro incontro con Dio nell’ascolto della Parola e nella Celebrazione dei Sacramenti
Far convivere dimensione amministrativa e spirituale è una sfida complessa, simile a quella che affronta ogni famiglia o realtà lavorativa. La chiave sta nel compiere ogni giorno «i passi possibili». Per svolgere al meglio questo servizio, conclude il Delegato, servono due punti fermi imprescindibili: un profondo rispetto per la dignità di ogni persona, trasparenza e un cuore sempre aperto verso tutti.
Infine c’è stato un riferimento alle sue origini venete, in cui dice che questa apertura che ha citato fa parte di una cultura che abbiamo ereditato per quel che riguarda l’accoglienza e la solidarietà.
Lui, originario di Sarmede, il paese delle fiabe, dove si tiene la Mostra internazionale dell’illustrazione per l’infanzia, ricorda con affetto i suoi concittadini, da cui torna quando è possibile sempre con piacere.
Una conversazione davvero ad ampio spettro che ha toccato degli aspetti imprevisti, ma sostanziali per la consapevolezza della nostra fede e della devozione che ne segue. Mons. Dal Cin con la sua disponibilità e sincerità ha saputo dare un tono cordiale a quello che avrebbe potuto essere formale ed ha saputo aumentare ancor più la mia stima e fiducia nei suoi confronti, come spero sarà per chi condividerà il contenuto di questa intervista.
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