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Intervista a Domenico Menorello sulla riforma della giustizia: “Più equilibrio e centralità della persona”

5 minuti di lettura

Intervista a Domenico Menorello, avvocato e Presidente e socio fondatore del network “Ditelo sui tetti”

ROMA. La riforma della magistratura torna al centro del dibattito pubblico. Tra separazione delle carriere, sorteggio per il Consiglio Superiore della Magistratura e revisione del sistema disciplinare, le novità proposte puntano – secondo i sostenitori – a rendere la giustizia più equa ed efficiente. Ne abbiamo parlato con l’avvocato Domenico Menorello.

La riforma prevede la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Quali effetti concreti potrebbe avere questa scelta sull’equilibrio del processo e sulle garanzie per le parti?

Questa scelta può avere effetti molto concreti e positivi sull’equilibrio del processo e sulle garanzie per le parti. Oggi assistiamo a una situazione in cui circa il 90% delle richieste dei pubblici ministeri viene accolto dai giudici per le indagini preliminari. Questo significa che ogni anno circa 200.000 persone vengono rinviate a giudizio.

Le statistiche ci dicono che circa la metà di queste persone – quindi 100.000 – viene poi assolta. Ma nel frattempo queste persone hanno subito un processo lungo anni, con costi economici rilevanti, danni di immagine e un forte impatto sulla vita personale.

È evidente che una parte di queste persone non avrebbe dovuto nemmeno affrontare il processo, se il giudice fosse stato realmente terzo e pienamente libero di valutare le richieste del pubblico ministero. La separazione delle carriere serve proprio a rafforzare questa terzietà: un giudice più indipendente sarà anche più coraggioso nel dire quando un processo non ha basi sufficienti.

Questo ha ricadute dirette sulle libertà personali. Pensiamo anche ai casi di ingiusta detenzione, che sono stati migliaia negli ultimi anni: una parte significativa deriva proprio da una mancata effettiva autonomia del giudice rispetto al PM. Un giudice più terzo significa più rigore, più oggettività e una maggiore tutela delle persone.

Tra i punti più discussi c’è l’introduzione del sorteggio per la composizione del Consiglio superiore della magistratura. È davvero uno strumento efficace per superare il sistema delle correnti o rischia di indebolire la qualità della rappresentanza?

Per rispondere bisogna partire da una domanda di fondo: cos’è il Consiglio Superiore della Magistratura? Deve essere un organo tecnico oppure una sorta di terza camera politica?

Negli anni si è creata una degenerazione: le correnti hanno trasformato il CSM in una specie di “parlamentino”, dove le logiche di appartenenza hanno preso il sopravvento rispetto al merito. Questo ha prodotto effetti molto negativi sulla magistratura stessa.

Se invece riteniamo che la giustizia debba essere amministrata da magistrati capaci, in grado di fare processi in tempi ragionevoli e di valutare con attenzione i fascicoli, allora è chiaro che il sistema delle correnti va superato.

Il sorteggio è una risposta forte, anche radicale, ma proprio per questo efficace: serve a evitare che nel CSM vadano magistrati con ambizioni o logiche politiche, e a favorire invece la presenza di giudici concentrati sul merito e sulla qualità professionale.

Oggi abbiamo un sistema in cui, di fatto, tutti i magistrati vengono valutati al massimo, anche in presenza di ritardi gravissimi o errori molto seri. Il sorteggio può contribuire a riportare il CSM alla sua funzione originaria: selezionare e valorizzare i magistrati migliori e introdurre criteri di valutazione più rigorosi e credibili.

La riforma interviene anche sul sistema disciplinare dei magistrati, prevedendo un nuovo assetto con un organo dedicato. Questo rafforza davvero la responsabilità dei magistrati o può incidere sulla loro indipendenza?

Non incide sull’indipendenza, perché l’organo disciplinare resta un giudice a tutti gli effetti, composto in larga parte da magistrati, con una presenza limitata di membri laici. L’autonomia e l’indipendenza sono quindi pienamente garantite.

Il vero problema oggi è un altro: la quasi totale assenza di controlli effettivi. A fronte di migliaia di casi di ingiusta detenzione, la percentuale di procedimenti disciplinari avviati è praticamente nulla, così come quella delle sanzioni.

Questo crea inevitabilmente una situazione di lassismo: se non c’è un controllo reale, qualcuno può permettersi comportamenti anche molto gravi senza conseguenze.

La riforma introduce un sistema che consente finalmente di intervenire in presenza di errori seri: ritardi enormi nel deposito delle sentenze, casi di persone lasciate in carcere senza titolo, disattenzioni gravi verso situazioni personali delicate.

Non si tratta di mettere sotto pressione i magistrati, ma di introdurre un principio di responsabilità che vale per tutti. Se una sentenza arriva dopo quattro anni invece che dopo sessanta giorni, soprattutto in ambiti delicati come il diritto di famiglia, è giusto che ci siano conseguenze. Questo non limita l’indipendenza, ma rafforza la credibilità della giustizia.

Questa riforma viene spesso presentata come un intervento strutturale sulla magistratura: ma in concreto, in che modo mette davvero il cittadino e la persona al centro? Chi si rivolge alla giustizia potrà percepire un sistema più equo, rapido e comprensibile?

L’obiettivo complessivo della riforma è proprio quello di rimettere al centro la persona. Questo avviene attraverso più elementi: un giudice più terzo, un sistema meno condizionato dalle correnti e una maggiore responsabilità dei magistrati.

Nel tempo questo dovrebbe tradursi in una giustizia più attenta alle conseguenze concrete delle decisioni sulle persone: meno errori clamorosi, meno processi inutili, maggiore cura nella gestione dei fascicoli.

Naturalmente non si tratta di effetti immediati. È una riforma che lavora dall’interno e i risultati si vedranno progressivamente. Ma la direzione è chiara: costruire un sistema in cui chi si rivolge alla giustizia non si senta schiacciato da meccanismi impersonali, ma trovi attenzione, equilibrio e professionalità.

Si parla spesso di maggiore imparzialità e trasparenza: il cittadino potrà davvero percepire un cambiamento, ad esempio nei tempi dei processi o nella fiducia verso le decisioni?

Non dobbiamo attribuire a questa riforma tutte le aspettative possibili. Non è una soluzione miracolosa.

Detto questo, anche miglioramenti parziali possono essere molto significativi. Se si riducono i ritardi più gravi – come sentenze depositate dopo anni – il cittadino percepirà immediatamente una maggiore efficienza.

Allo stesso modo, un giudice percepito come più indipendente e imparziale contribuisce ad aumentare la fiducia nelle decisioni. La fiducia nasce da due elementi fondamentali: tempi ragionevoli e qualità delle decisioni.

Se la riforma riuscirà anche solo a incidere su questi aspetti, il cambiamento sarà concreto e percepibile.

C’è il rischio che una riforma così profonda possa creare una fase di incertezza iniziale. Quali conseguenze potrebbe avere questo periodo di transizione per chi è coinvolto in procedimenti giudiziari?

Non ci sono rischi di questo tipo. I processi continueranno a svolgersi esattamente come oggi, perché la riforma non interviene sulle norme di procedura.

Non ci sarà alcuna interruzione o rallentamento legato alla transizione. Il cambiamento è interno al sistema e avverrà gradualmente.

Nel tempo, i giudici si sentiranno più liberi e più forti nel loro ruolo, mentre i comportamenti scorretti verranno progressivamente intercettati e sanzionati. Ma per i cittadini coinvolti nei procedimenti non ci saranno effetti negativi nella fase iniziale.»

In termini pratici, queste modifiche possono cambiare il rapporto tra cittadino e magistratura?

Sì, possono rafforzare significativamente la fiducia dei cittadini nella giustizia.

Un sistema percepito come più imparziale, più responsabile e meno condizionato da logiche interne aumenta la credibilità delle decisioni e la legittimazione dell’intero apparato giudiziario.

La fiducia è un elemento fondamentale: senza fiducia, anche le decisioni giuste rischiano di essere vissute con diffidenza. Questa riforma può contribuire a ricostruire quel rapporto di fiducia tra cittadini e magistratura che è essenziale per il funzionamento dello Stato di diritto.

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