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Intelligenza artificiale, i colossi della Silicon Valley chiedono di rallentare

Dario Amodei

Dopo gli allarmi sui rischi estremi dell’intelligenza artificiale, i vertici di Anthropic, OpenAI, Google DeepMind e xAI convergono sulla necessità di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati. Una rara dichiarazione di unità che apre però una domanda decisiva: si tratta di una svolta autentica sulla sicurezza o di un tentativo dell’industria di stabilire da sola le regole del gioco?

USA. La richiesta arriva dall’interno dell’industria che, negli ultimi anni, ha spinto più rapidamente di qualsiasi altro settore lo sviluppo di una tecnologia destinata a trasformare economia, lavoro e società. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha proposto di «rallentare il ritmo» dell’intelligenza artificiale per garantire maggiore sicurezza. Un appello arrivato dopo le ripetute dichiarazioni di ricercatori della sua azienda sui rischi che sistemi sempre più potenti potrebbero comportare per l’umanità.

La risposta dei concorrenti è stata immediata. Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, Demis Hassabis, alla guida di Google DeepMind, ed Elon Musk, proprietario di xAI, hanno espresso sostegno alla proposta. Altman ha dichiarato che OpenAI si impegnerà a garantire anche ai propri valutatori indipendenti un accesso ai sistemi paragonabile a quello dei dipendenti, così da verificare le pratiche di sicurezza. Hassabis ha definito il documento di Amodei un’indicazione della strada da seguire. Musk è stato ancora più sintetico: «Dario ha ragione».

I tre pilastri della proposta

L’iniziativa di Amodei si fonda su tre direttrici. La prima è l’introduzione di valutatori esterni indipendenti, con accesso ai sistemi e alle informazioni necessarie per monitorare i rischi. La seconda riguarda accordi tra gli Stati democratici per definire standard comuni di sicurezza. La terza punta a una forma di coordinamento internazionale, anche con governi autoritari come quello cinese, almeno sui temi legati alla sicurezza.

L’idea non è del tutto nuova. Il settore dell’intelligenza artificiale discute da tempo di coordinamento globale e di sistemi di controllo capaci di accompagnare lo sviluppo tecnologico. Ma questa volta il messaggio arriva in un momento particolarmente delicato, segnato da dichiarazioni pubbliche sempre più allarmanti e da una crescente diffidenza dell’opinione pubblica.

Il problema è che la richiesta di rallentare si scontra con una realtà economica e geopolitica che spinge nella direzione opposta.

La corsa che nessuno vuole davvero fermare

Negli Stati Uniti, il governo federale continua a considerare l’intelligenza artificiale una partita strategica globale. La competizione con la Cina viene presentata come una sfida per la supremazia tecnologica, mentre le aziende si preparano a operazioni finanziarie di dimensioni colossali e affrontano pressioni enormi per lanciare prodotti sempre più potenti.

In questo contesto, promettere prudenza è una cosa; rinunciare a un vantaggio competitivo, un’altra. È il nodo che rende credibile ma anche controverso l’appello dei vertici dell’industria.

I critici sostengono che le aziende stiano cercando di anticipare una regolamentazione più severa, proponendo meccanismi di controllo che rimangano sostanzialmente nelle loro mani. Il timore è che siano gli stessi protagonisti della corsa tecnologica a scegliere i valutatori, definire gli standard e stabilire il livello di rischio accettabile.

Il sospetto dei critici: regole scritte dagli stessi protagonisti

La proposta raccoglie scetticismo da esponenti di orientamenti politici diversi. Tra le obiezioni più forti c’è quella secondo cui l’industria starebbe tentando di conservare il proprio potere, presentandosi contemporaneamente come soggetto da regolamentare e come interlocutore incaricato di definire le regole.

Sarah Myers West, co-direttrice dell’AI Now Institute, ha accusato il settore di aver beneficiato di una sorta di «eccezionalismo dell’IA», che avrebbe contribuito a indebolire i normali standard di sicurezza applicati agli altri prodotti tecnologici.

Anche la proposta di consentire forme di coordinamento tra imprese attraverso possibili deroghe alle norme antitrust ha suscitato perplessità. Il rischio, secondo alcuni ex funzionari e sostenitori della regolamentazione, è che una misura pensata per favorire la sicurezza possa finire per proteggere le aziende già dominanti, rendendo più difficile l’ingresso di nuovi concorrenti.

Il paradosso della trasparenza

Il dibattito mette in luce una contraddizione che accompagna da anni il settore. Le aziende hanno alternato dichiarazioni sui rischi potenzialmente catastrofici dell’IA a promesse di prosperità, produttività e progresso senza precedenti. Ma, nel frattempo, hanno spesso mantenuto un livello limitato di trasparenza sul funzionamento dei propri modelli e investito ingenti somme in attività di lobbying per influenzare la legislazione.

OpenAI, per esempio, ha chiuso nel 2024 il gruppo “superalignment”, dedicato allo studio dei rischi di lungo periodo, e successivamente ha sciolto un altro team incaricato di comunicare come l’azienda avrebbe potuto operare a beneficio dell’umanità.

Il risultato, osservano i critici, è una situazione nella quale un’industria considerata troppo potente, complessa e redditizia per essere regolata finisce per essere, di fatto, autoregolata.

La Casa Bianca non sembra intenzionata a frenare

A rendere ancora più difficile la prospettiva di un rallentamento è la posizione dell’amministrazione Trump. Il Presidente ha respinto le richieste di frenare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, richiamando la competizione con la Cina e sostenendo che «chi vince l’IA vince».

Anche il Vicepresidente JD Vance ha in passato respinto l’idea che il futuro della tecnologia possa essere deciso attraverso eccessive cautele sulla sicurezza. Una posizione che riflette la convinzione, diffusa a Washington, che la leadership tecnologica americana debba essere difesa a ogni costo.

Il punto non è soltanto rallentare, ma decidere chi controlla

La convergenza tra Altman, Hassabis, Musk e Amodei rappresenta un fatto politicamente e industrialmente significativo. Ma non basta, da sola, a dimostrare che la corsa all’intelligenza artificiale sia davvero destinata a rallentare.

La questione centrale è un’altra: chi avrà il potere di stabilire quando un sistema è abbastanza sicuro per essere immesso sul mercato, quali rischi sono accettabili e quali controlli devono essere obbligatori?

Se la risposta resterà nelle mani delle stesse aziende che sviluppano i modelli, il rischio è che la richiesta di prudenza si trasformi in una nuova forma di autoregolamentazione. Se invece la proposta aprirà la strada a verifiche indipendenti reali, standard condivisi e responsabilità pubbliche, potrebbe rappresentare un passaggio importante.

La lezione di Leone XIV: prima l’uomo

È una riflessione che trova un punto di riferimento anche nelle parole di Papa Leone XIV e nella sua enciclica Magnifica Humanitas, che richiama la necessità di porre al centro dello sviluppo dell’intelligenza artificiale la dignità della persona, il bene comune e la responsabilità.

Non si tratta, dunque, soltanto di rallentare la corsa tecnologica, ma di stabilire chi la governa e per quale scopo. L’IA può diventare uno strumento straordinario di progresso, ma soltanto se rimane al servizio dell’uomo e non si trasforma in uno strumento di dominio.

La domanda decisiva, alla fine, non è quanto lontano possiamo spingerci. È se sapremo farlo senza perdere di vista ciò che ci rende umani.

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