Educare ai sentimenti e al dialogo per prevenire fragilità relazionali e violenze: l’urgenza di una nuova cultura affettiva
ITALIA – Mi capita spesso di parlare con ragazzi e ragazze che hanno superato l’adolescenza e si affacciano alla vita adulta, proiettati verso un futuro di stabilità e successo. Quando chiedo loro come vivono le relazioni sentimentali — uso volutamente il termine “sentimentale”, perché racchiude in sé tanto l’emozione quanto la presenza empatica dell’altro — le risposte mi sorprendono per la loro nettezza.
Quasi tutti distinguono in modo radicale tra ciò che è sessuale e ciò che non lo è. La dimensione corporea viene spesso vissuta come un’esperienza separata, autonoma, a volte addirittura opposta alla relazione d’amore. È come se il corpo fosse diventato un terreno di conquista, un trofeo da esibire, o una rivalsa contro le proprie insicurezze. Ma quando la relazione si fonda solo su questa corporeità, si consuma rapidamente. Rimane un senso di vuoto, di ricerca inappagata.
Molti giovani sentono che manca “qualcos’altro”, ma non sanno definire cosa. Forse perché la stima reciproca, l’intesa empatica, il dialogo autentico richiedono tempo, mentre oggi tutto — anche l’amore — è accelerato, semplificato, consumato. Eppure, come scrive la poetessa cubana Navarro, “l’amore viene anche se non vuoi”. È imprevedibile, come quello descritto da García Lorca, che lo chiamava “amore imprevedido”.
È il corpo innanzi a tutto. I segnali del corpo, per quanto potenti, sono facilmente equivocabili. La parola, invece, anche se incerta o balbettante, difficilmente inganna. Un gesto autentico o un silenzio carico di senso valgono più di mille immagini curate sui social.
Il corpo, quando diventa l’unico linguaggio della relazione, può trasformarsi in un “oggetto transazionale”, come direbbero gli psicologi: qualcosa che serve a riempire un vuoto o a riparare una ferita. Ma in questo modo la relazione diventa ingannevole, fragile, e spesso tossica.
La tossicità nasce proprio dal suo carattere sostitutivo: si ama non l’altro, ma il bisogno che l’altro colma. E quando quel bisogno non è più soddisfatto, la relazione implode. In alcuni casi estremi, chi non riesce a liberarsene finisce per distruggere l’“oggetto” stesso — il corpo dell’altro — in un gesto tragico e definitivo.
Il femminicidio, che in Italia continua a ripetersi con inquietante frequenza, ha radici anche in questa dinamica: troppo corpo e poca anima, troppo possesso e poca relazione.
La condanna, pur necessaria, non basta. Servono strumenti di comprensione, psicologica e culturale. Serve ripensare l’educazione affettiva, restituendo spazio alla parola, all’ascolto, al tempo. Perché solo quando due persone si incontrano davvero — e non solo si incrociano — può nascere qualcosa che somigli all’amore.
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