L’impresa di Luigi Durand de la Penne rivissuta nel racconto della nipote Francesca
ROMA. Aspetto Francesca in un bar nei pressi di Ponte Milvio a Roma. Siamo in estate e una leggera brezza rende la temperatura molto gradevole. Una giornata meravigliosa di quelle che Roma sa regalare. Pochi minuti di attesa ed eccola che arriva, sorridente e piena di energia. Ha sottobraccio un grosso faldone …” Ciao Carlo ti ho portato un raccoglitore che custodisce tanti ricordi di mio nonno Luigi”. Si sono voluti un gran bene Francesca e il nonno. Si percepisce da come le si illumini il viso quando ne parla. Ha potuto vivere accanto a lui solo nei primi undici anni della sua vita, ma ricorda bene il legame speciale che li univa. Negli anni successivi, la nonna Valeria le raccontava spesso la grande avventura di lui, una storia rimasta per Francesca un ricordo vivo e prezioso. Un nonno fuori dal comune, straordinario, o, come si direbbe oggi, “un grande”.
Sto parlando di Luigi Durand de la Penne[1] ed è della sua inverosimile impresa ad Alessandria che voglio raccontare, della quale ricorre in questi giorni l’ottantesimo anniversario. Un’impresa che mi affascinò fin da ragazzo, quando lessi per la prima volta il racconto di quell’evento straordinario, che mi ha conquistato sotto molti aspetti, non ultimo per il fatto che sono un subacqueo e posso immaginare cosa significhi trovarsi da soli in mare, di notte con tutte le sue insidie. Come non bastasse, per un’azione militare in acque nemiche…
Francesca poggia il faldone sul tavolo, lo apre con delicatezza e, uno dopo l’altro, inizia a mostrare il suo contenuto: fotografie in bianco e nero, lettere, ritagli di giornale.
Ogni pezzo è integro, ordinato, pronto a raccontare. Non si tratta solo di un valore affettivo. Questi ricordi rappresentano una testimonianza storica di primo piano, da preservare e condividere. Alla fine ecco una copia del volume “All’ultimo quarto di luna” di Luigi Romersa. Sorrido perché è proprio il volume che lessi con grande interesse da giovane e che conservo ancora. Il libro riporta gran parte del diario e della relazione ufficiale di Durand de la Penne. Ed è proprio attraverso i racconti di Francesca e le pagine del libro che narrerò quella straordinaria impresa, direi geniale, che ha avuto un’importanza storica significativa nell’ambito degli eventi bellici della Seconda Guerra Mondiale sul fronte marittimo.
È l’ottobre del 1941 quando viene pianificata un’operazione militare attentamente studiata nei dettagli, da uomini della Regia Marina, nel porto di Alessandria d’Egitto. L’obiettivo era colpire alcune importanti navi da guerra inglesi ancorate nella baia, utilizzando veri propri siluri umani denominati “maiali”! [2] La notte tra il 18 e 19 dicembre del 1941 il sommergibile Scirè con a bordo “i maiali” portò gli incursori Durand de la Penne con il suo secondo incursore palombaro Emilio Bianchi, il capitano del Genio navale Antonio Marceglia con il palombaro Spartaco Schergat e l’ufficiale Vincenzo Martellotta con il palombaro Mario Marino, davanti alla baia di Alessandria d’Egitto. Le grandi corazzate britanniche Queen Elizabeth e Valiant erano ancorate in acque protette da reti metalliche, altre ostruzioni ed un continuo pattugliamento. Nessuno immaginava che, sotto la superfice del mare, stava per compiersi un’impresa destinata ad entrare nella leggenda.
“Alle 20, secondo una vecchia consuetudine il comandante del sommergibile ci spinse in acqua con una pedata. Era il viatico per il successo. Lo Scirè che era affiorato per buttarci fuori tornò ad adagiarsi sul fondo. L’operazione di estrazione dei maiali fu laboriosa… Marceglia ed io dovevamo attaccare le corazzate, a Martellotta toccava la porta aerei (che si credeva fosse ancorata nella baia)o in mancanza una petroliera. Il mare era un olio, non c’era un filo di vento. Guardai in alto: le stelle erano tante che mi fecero venire il capogiro. Ci mettemmo in movimento, io al centro, Marceglia a sinistra, Martellotta sulla destra. … Dopo un’ora di navigazione ci apparve una scogliera e in seguito la massa scura del palazzo reale di Ras-El -Tin. Siccome eravamo in anticipo sull’orario aprimmo il contenitore dei cibi e facemmo colazione, a stomaco pieno si lavora meglio…”[3]” Te lo immagini, Francesca?Dopo un’ora di navigazione, con il freddo, fare colazione a cavallo di un siluro, nel pieno di una notte buia, in acque nemiche? È un chiaro segno di sicurezza in sé stessi, coraggio, determinazione, forze non comuni. Già stare in acqua di notte per un’immersione sportiva mette agitazione… figurati in quelle circostanze!” “Ma il bello deve venire dice Francesca…” Durand de la Penne e il suo compagno Emilio Bianchi si muovevano nel buio, con la sola testa fuori dall’acqua e immagino con una tensione non indifferente …” Leggi questo passaggio Carlo..” “La luce del faro si accese e ci illuminò in pieno, scendemmo sott’acqua e rimanemmo fermi. Alle 23 avevamo raggiunto il molo esterno. Navigavamo in emersione, il buio era fitto. All’improvviso ci imbattemmo in un cavo d’acciaio. Eravamo soli. Cinque minuti dopo scoppiò la prima bomba di profondità. Gli inglesi le seminavano come chicchi di riso. I secondi indossarono i respiratori e cominciarono a filare con la poppa immersa. Solo i piloti stavano fuori con la testa”. [4] Sembra di leggere un thriller: il racconto è un susseguirsi incalzante di situazioni sempre più audaci e pericolose, capaci di generare un’ansia sottile e un interesse crescente. Immagino il cuore dell’incursore battere fortissimo, mentre ansia, timore, coraggio e paura si mescolano, lasciando però, alla fine, spazio alla determinazione di portare a termine la missione.
Durand de la Penne si assicura che il suo compagno stia bene. Nel frattempo, i mezzi subacquei con Marceglia e Martellotta prendono strade diverse. Sono soli, nel buio della notte. Durand de la Penne ha freddo: la muta fa acqua. Poi, nel lieve chiarore delle luci del porto, scorgono il loro bersaglio, definito come “una massa buia”, la Valiant [5]. Si imbattono in una ostruzione che non conoscevano con dei galleggianti che tenevano una rete e che si rivelerà essere un sistema di difesa contro i siluri aerei. Cercano di superarla andando sul fondo e provando ad alzarla ma non riescono. Il freddo è sempre più forte e le mani sono gelide. Riemergono e tentano di superarla in superficie, ma l’elica si impiglia. Hanno difficoltà a disincagliarla, le mani intorpidite dal freddo. Con grande sforzo riescono a liberare il “maiale”, e alle 02:19 si trovano a soli 30 metri dalla corazzata.
Poi si immergono fino a sette metri di profondità arrivando a toccare la carena. Le mani diventate per il freddo rigide come il marmo. Cerca di fermare il motore, senza riuscirci. Per un momento rimane in contatto con la nave, ma poi l’apparecchio si scosta e Durand de la Penne cade sul fondo a diciassette metri, ritrovandosi nel fango.
Non posso immaginare cosa provasse… come se non bastassero il buio e il freddo, anche il fango complicava la situazione.
Senza perdersi d’animo, riemerge e si accorge che il suo compagno è sparito. Lo cerca, senza successo. Si immerge di nuovo e scopre che il maiale è incagliato. La situazione si fa sempre più critica. Ecco le sue parole: “Il fango aveva intorbidito l’acqua. Gli occhiali erano appannati. Sotto la maschera ero inzuppato di sudore. Avevo la bocca piena di salmastro e la gola mi bruciava per la sete …”[6] Temeva di non farcela più, forse anche fisicamente, ma non demorde: lucidità, freddezza e coraggio non lo abbandonano. Trascina il siluro e a 14 metri l’acqua è più limpida e ha modo il verificare che la rotta è giusta …” Riesci a immaginare la scena, Francesca? Muoversi sul fondale, trascinare ‘da solo’ un mezzo che non funziona, staccare la carica magnetica e posizionarla sotto la nave… sotto la nave! Ha dell’incredibile! “La mina magnetica è piazzata. Durand de la Penne riemerge, si libera del respiratore che manda sul fondo e viene scoperto. Vede Bianchi aggrappato a una boa della Valiant. Dalla nave sparano qualche colpo, poi li catturano. Intanto il timer procede con la sua corsa. Li interrogano separatamente, ma nessuno dei due parla. Allora un ufficiale ordina che Durand de la Penne venga portato a terra per un nuovo interrogatorio, convinti che non sia riuscito a piazzare la carica ma, nel dubbio, per sapere se, e dove, abbia posizionato l’esplosivo. Ma lui resta ostinato e non rivela nulla. A quel punto lo riportano a bordo della Valiant, e lo rinchiudono in una cabina sotto la linea di galleggiamento della nave. Pochi minuti prima dell’esplosione, Durand de la Penne chiede di parlare con il comandante: Sir Charles Morgan…” Aveva il viso duro e lo sguardo gelido. Era preoccupato. Dissi: “Non c’è nulla da fare, fra dieci minuti la nave salterà, glielo dico se vuole salvare l’equipaggio… Sir Charles Morgan…mi fissò negli occhi. Domandò: “dov’è la carica?”[7] Durand de la Penne non si scompone. Risponde che non parlerà mai. Così lo riportano nella cabina, rinchiudendolo al buio. Era sereno: aveva fatto il suo dovere. Sentiva, dagli altoparlanti della Valiant, gli ordini impartiti per abbandonare la nave. Pochi minuti dopo, intorno alle 6 del mattino, lo scoppio tremendo. Durand de la Penne e Bianchi rinchiusi in due locali sotto la linea di galleggiamento miracolosamente si salvano. Poi seguono le esplosioni della nave da guerra Queen Elizabeth, affondata da Marceglia e Schergat e quella della nave cisterna Sagona affondata da Martellotta e Marino che, nell’esplosione, provoca danni anche al cacciatorpediniere Jervis. Gli incursori si salvano, ma vengono poi catturati una volta a terra nei giorni successivi.
Nel marzo del 1945, a Taranto, i sei militari della Regia Marina furono insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare. A consegnarla fu proprio l’ammiraglio inglese Sir Charles Morgan, un tempo loro nemico, comandante della Valiant. Un gesto che superava la guerra, e rendeva onore al coraggio con lo spirito cavalleresco di altri tempi.
Si è fatto tardi, il tempo è volato. Ponte Milvio si illumina dei colori del tramonto, ed è davvero ora di andare. Francesca riprende il suo faldone e la ringrazio di cuore per aver condiviso con me questa storia, anche dal punto di vista personale ed emotivo. Mi saluta con un sorriso.
Il ricordo di quell’impresa, tramandato dai racconti della nonna Valeria è rimasto ben scolpito nella mente di Francesca…
Un’avventura che sembra uscita da un romanzo fantasy o da un film di James Bond, eppure, incredibilmente, è tutta vera!
[1] Fonte: https://www.treccani.it/enciclopedia/durand-de-la-penne-luigi/ “Ufficiale di marina e uomo politico italiano (Genova 1914 – ivi 1992). Nel dic. 1941 penetrò nel porto di Alessandria al comando di mezzi d’assalto che affondarono una petroliera e le due navi da battaglia inglesi Queen Elizabeth e Valiant; tratto prigioniero a bordo della Valiant, prima dello scoppio si era rifiutato di indicare la posizione dell’ordigno esplosivo; medaglia d’oro al V. M. Nel giugno 1944, durante la guerra di liberazione partecipò al forzamento del porto di La Spezia. Deputato al parlamento, prima nella lista della DC, quindi (1963-76) per il PLI. Sottosegretario alla Marina mercantile nelgoverno Andreotti (1972-73).”
[2] Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Siluro_a_lenta_corsa:: “Il siluro a lenta corsa (sigla SLC), conosciuto anche come “maiale”, fu un siluro umano utilizzato come mezzo d’assalto subacqueo della Regia Marina. Dalla forma simile a un siluro era adattato a trasportare a cavalcioni, a bassa velocità, due operatori muniti di respiratori subacquei autonomi e una carica esplosiva da applicare occultamente alla carena della nave avversaria all’ormeggio. Fu ideato nel 1935 dai capitani del Genio Navale palombaro Teseo Tesei ed Elios Toschi… Il soprannome “maiale” fu adottato come nome in codice da Tesei per proteggere la segretezza del mezzo.”
[3] Luigi Romersa: “All’ultimo quarto di luna” ed. Mursia 1977 pagg 116 -124
[4] Luigi Romersa: op. cit.
[5] HMS Valiant è una corazzata della Royal Navy britannica protagonista di battaglie rilevanti tra cui nella I guerra mondiale la battaglia dello Jutland e nella II guerra mondiale la battaglia di Capo Matapan
[6] Luigi Romersa, op. cit. pagg 116-124
[7] Luigi Romersa, op. cit. pagg 116-124
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