Site icon Il Nuovo Terraglio

In memoria di Papa Francesco

Il mondo si è fermato. Una voce si è spenta. Ma ciò che ha lasciato risuonerà per generazioni.
Jorge Mario Bergoglio, il gesuita argentino che ha stupito il mondo con la forza gentile della mitezza, ha lasciato il palcoscenico terreno. Ma il sipario non cala: resta aperto, illuminato dalle sue parole, dalle sue encicliche, dai suoi silenzi, dai suoi gesti

CITTA’ DEL VATICANO. Quando nel marzo del 2013 si affacciò dal balcone di San Pietro, ancora non lo conoscevamo. Un nome mai pronunciato prima da un pontefice, Francesco, e un gesto mai visto: chiese alla folla di pregare per lui, prima ancora di benedirla. In un solo attimo, annullò la distanza liturgica tra il Papa e il popolo. Iniziava lì la rivoluzione più silenziosa e profonda della storia moderna della Chiesa.

Era figlio di migranti piemontesi, nato a Buenos Aires nel 1936, con la vocazione gesuita e l’anima da parroco di strada. Portava l’odore delle periferie nel cuore e quello dei libri nella mente. Ma fu la sua capacità di vivere in mezzo alla gente, parlando con parole comprensibili, che conquistò il mondo. Non impose mai, ma propose sempre. Non cercò l’applauso, ma l’incontro. Non temeva il conflitto, ma il conformismo.

L’Evangelii Gaudium e il Vangelo che danza

Uno dei primi testi chiave del suo magistero, “Evangelii Gaudium” (2013), fu un invito a ritrovare la gioia nel Vangelo, a non annunciare Cristo con la faccia da quaresima senza Pasqua, come amava dire.
«Preferisco una Chiesa incidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura» – scrisse. Una dichiarazione programmatica che ribaltava il modello difensivo del passato. Non era più tempo di difendere fortini, ma di uscire nei crocevia del mondo, là dove le domande bruciano e i cuori sono stanchi.

“Laudato si’”: il grido della terra e dei poveri

Nel 2015 pubblicò “Laudato si’”, l’enciclica sull’ecologica integrale che nessuno si aspettava da un Papa. Parlò di cambiamento climatico, di consumo sfrenato, di ingiustizia sociale. Ma soprattutto parlò di cura. Della terra, certo, ma anche delle relazioni, della dignità umana, del tempo, della bellezza.
Un documento che fu letto nei consessi dell’ONU, nelle università laiche, nei circoli ambientalisti. Francesco aveva compreso che la fede non può più ignorare la scienza e la tecnologia, che la spiritualità o è incarnata o è fuga.

Un linguaggio rivoluzionario

Fu maestro nel parlare a tutti. «Chi sono io per giudicare?» – disse nel 2013 parlando degli omosessuali. Quelle parole fecero il giro del mondo, non perché abrogavano dottrine, ma perché cambiavano il tono.
Dio prima di tutto è misericordia, ripeteva. Anche nei confronti di divorziati risposati, persone trans, migranti senza patria. Aveva uno sguardo largo come l’oceano e profondo come il silenzio dei monasteri.

I suoi discorsi più forti non vennero mai urlati. Li pronunciava con voce pacata, ma con contenuti che scalfivano le certezze:
– “Non viviamo un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca”;
– “La realtà è più importante dell’idea”;
– “La Chiesa non è una dogma, ma una casa paterna dove c’è posto per ognuno”.

Fratelli tutti: la politica come cura

Nel 2020, mentre il mondo lottava contro la pandemia, Francesco pubblicava “Fratelli tutti”: un’enciclica sociale che metteva insieme il pensiero di Francesco d’Assisi e le sfide dell’oggi.
Condannò la guerra, il razzismo, il neoliberismo selvaggio, la solitudine degli anziani, la brutalità del web, la violenza verbale. Chiese una politica del bene comune, un’economia dell’inclusione.
Era il Papa che parlava ai credenti, ma anche agli atei, ai musulmani, agli ebrei, ai buddisti, ai laici. L’unico principio non negoziabile era l’umanità.

Papa dei gesti, non solo delle parole

Francesco sapeva che i simboli valgono più dei decreti. Lavò i piedi a migranti musulmani, pranzò con senzatetto, visitò carcerati, si inginocchiò davanti ai leader del Sud Sudan per chiedere la pace.
Ha attraversato i confini – fisici e mentali – che separano la religione dalla compassione.
Lampedusa, Mosul, Nagasaki, Bangui, Lesbo, il carcere minorile di Casal del Marmo: il suo atlante spirituale era fatto di geografie dell’abbandono. Ma ovunque andasse, portava la stessa parola: vicinanza.

Negli ultimi anni, il suo corpo si è fatto più curvo, ma la sua voce più diritta. Non ha nascosto le sue fatiche. Appariva in sedia a rotelle, con il fiato corto, ma lo spirito lungo.
Diceva:
“Quando non ce la farò più, sarò il primo a farmi da parte”.

L’eredità che non muore

Francesco ci lascia in un momento in cui il mondo ha bisogno più che mai di padri, non di padroni.
La sua figura – dolce, fiera, semplice, profetica – resterà scolpita nella memoria collettiva. Non solo dei fedeli, ma dell’intera umanità.
Ha dato al cristianesimo il volto del servo che lava i piedi, non del giudice che condanna.
Ci lascia in eredità una Chiesa che ascolta, che piange e ride, che si sporca le mani e il cuore.

Ci mancherà la sua voce, il suo accento argentino, le sue battute improvvise. Ma più di tutto, mancherà quel senso di essere capiti, anche da chi sta troppo lontano da un altare per inginocchiarsi.

Ora tocca a noi raccogliere la fiaccola. Tocca a noi custodire il Vangelo che ci ha restituito come notizia viva. Tocca a noi portare il peso e la gioia di una Chiesa che cammina. Grazie, Francesco.

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

Exit mobile version