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Immagini moglianesi nelle opere di Luigi Nono

6 minuti di lettura

A cura di Michele Rovoletto. Il ritrovamento di  queste antiche immagini moglianesi avviene grazie ad un’iscrizione, pubblicata nel catalogo della mostra dedicata al pittore Luigi Nono (Fusina 1850 – Venezia 1918), che, riferita ad un quadro, recita: “Dipinto a Mogliano, l’episodio biblico di Ruth, è stato ambientato nelle campagne lungo la strada parallela al Terraglio che dalla Ronzinella conduce alla parrocchiale del paese”. Ricordando di averla letta alcuni anni fa, ho provato ad approfondire questa dicitura tanto preziosa quanto vaga.

“Ruth” olio su tela di Luigi Nono

 

I riscontri, in effetti, non sono tardati ad arrivare: Luigi Nono dipinge questa opera dal soggetto biblico ispirandosi al paesaggio moglianese e alla vita contadina del luogo.

In ”Ruth” il soggetto è legato alla fienagione, e Nono, grazie al tema biblico, racconta un’attività fondamentale nel calendario contadino, che, come la vendemmia, richiamava nei campi  intere famiglie. In questa tela, realizzata nella versione attuale tra il 1887 e il 1888, oltre alla scena di vita agreste, si scorgono a sinistra l’abside della chiesa di Santa Maria Assunta, mentre a destra i casali che punteggiano la campagna, ricordano l’impianto distributivo degli attuali ruderi di rustici visibili oltre quartier San Marco, nelle terre del fondo “Marchesi”. Osservando la visuale con cui l’artista ha colto la pieve, la localizzazione del luogo preciso mi porta a sud della chiesa e in una misteriosa “strada parallela al Terraglio” come diceva l’iscrizione iniziale. La fortuna ha voluto che la ricerca mi abbia condotto al rinvenimento di un’antica foto, che l’autore stesso aveva realizzato per poter copiare, poi, gli edifici sulla tela, cogliendo la chiesa e i resti dell’abbazia grossomodo dal punto che oggi è l’angolo a sud-est di piazza Donatori di Sangue, di fronte al Centro Sociale.

Foto di Mogliano di Luigi Nono, 1886

 

Dunque, non vi sono più dubbi, l’opera ritrae uno spaccato di campagna colta alla fine di Via XXIV Maggio. Una via oggi anonima, se non fosse per il nome che porta, ma che in realtà, all’epoca, era una delle vie di comunicazione più importanti del paese. A riguardo tornano utili le ricerche storiche di Giuseppe Venturini, che così descrive l’arteria stradale: “Via 24 Maggio, una lunga strada rettilinea proveniente da sud che sbocca proprio davanti al sagrato della chiesa. È una strada di origine antichissima, il resto di un cardine della centuriazione romana della zona”. In questa catena fortunata di ritrovamenti, leggendo la didascalia della foto citata (Fotografia per il dipinto “I recini da festa” 1886) un altro dipinto è ora precisamente  localizzato, con un’ immagine di Mogliano, quasi identica alla precedente ma con una veduta più ampia e completa dell’antico centro cittadino.

“I recini da festa” di Luigi Nono

In quest’opera del 1887, Nono, ci regala la visione dell’intero borgo abbaziale, del duomo cittadino e della retrostante casa detta “del campanaro”. Vista la differente visuale tra la fotografia e il dipinto, è probabile che l’artista abbia realizzato lo scatto ravvicinato per avere i dettagli esatti degli edifici, mentre in realtà coglie il paese dalla strada del Terraglio, ovvero a centinaia di metri di distanza.

Disegno studio del paese e “I recini da festa” seconda versione

Altro documento interessante è il disegno (studio del paese per “I recini da festa”) perché accenna la descrizione degli edifici disposti oltre la chiesa, dove oggi sorge il Cinema Teatro Busan ovvero l’inizio dell’attuale via Alcide de Gasperi, particolare curato attentamente nella seconda versione del dipinto.

Appurati, sinora, i riscontri puntuali dei disegni e dei dipinti di Luigi Nono con il reale assetto cittadino dell’epoca, è probabile che questo disegno ci doni un’altra piccola raffigurazione dell’antica Mogliano ora scomparsa e priva di testimonianze. Tornando ad osservare Il dipinto, oltre all’immagine paesaggistica, esso ci racconta, con mesta tenerezza, l’importanza per la gente di campagna di recarsi alla messa domenicale; era questa l’unica occasione settimanale che esentava dal lavoro, uno dei pochi momenti di socialità, e per i più giovani l’occasione di rivedere e mostrarsi ai propri coetanei. La ragazza in primo piano, veste gli abiti migliori e l’anziana signora l’aiuta ad indossare gli orecchini da festa affinché lei possa essere bella alla vista dei pretendenti, “i morosi”, con i quali al massimo scambiava qualche occhiata furtiva e d’intesa. Alle spalle delle due donne lungo la via, con massima probabilità il Terraglio, si dipana il corteo di famiglie che si recano verso il centro e verso la chiesa, punteggiato dalle figure nere delle vedove e chiuso, simbolicamente, dall’avanzare stanco e curvo di un’anziana donna che pare non sostenere il passo dell’umanità che la precede.  La pieve di Santa Maria Assunta, nell’opera, sebbene posta marginalmente, si trova sul punto di convergenza delle linee di forza del dipinto e assume un’importanza pari alla scena civettuola in primo piano. Essa s’ impone bianca e possente sopra la distesa di mais a simboleggiare la sua centralità nella vita dell’uomo e a sancire la sacralità del suo lavoro nei campi.

A tal proposito, per una migliore comprensione delle opere, ritengo doveroso, seppur brevemente, argomentare sia il contesto storico e sociale di Mogliano nell’ultimo quarto dell’Ottocento, sia esaminare la personalità artistica di Luigi Nono. In quegli anni il paese era in una fase di profonda trasformazione, se da un lato annaspava tra miseria e malattie, dall’altro si buttavano le basi per costruire le alternative alla coltivazione del grano e del mais: iniziava la cultura della pesca, a Campocroce sorgeva la filanda Motta e la conseguente bachicultura, nonché la nascita di mansioni legate all’industria e non più all’agricoltura. Negli stessi anni nasceva sia il collegio Salesiano Don Bosco grazie al lascito dei coniugi Astori per l’educazione dei giovani e la formazione agraria, sia la Società di Patronato per i Pellagrosi presieduta e sostenuta da Costante Gris. Infine, qualche anno più tardi, affidata alla predetta Istituzione fondata dall’Ingegner Gris, si aggiunge in via Marocchesa la Colonia Psichiatrica A. Pancrazio. Questi importantissimi avvenimenti in realtà nascevano di conseguenza o per arginare tre fenomeni epocali e interconnessi tra loro: l’estrema povertà contadina arrivata col latifondismo esasperato e certe politiche legate all’Unità d’Italia, la lenta e continua fuga dei ceti poveri che immigravano verso le Americhe, l’imperversare della pellagra che tra gli effetti, prima della morte, prevedeva la demenza, la depressione e l’ansia. Non era quindi un ambiente idilliaco la Mogliano della fine dell’Ottocento dove il pittore ormai uomo e artista maturo, rinverdendo la tradizione della cultura di villa, veniva a passare dei periodi di villeggiatura lasciando la sua Venezia. Piuttosto era il luogo ideale in cui l’artista trovava la sua vena di ispirazione poetica, nonché le fonti della sua estetica pittorica. Luigi Nono è un artista che lascia trasparire nei dipinti il suo lato sentimentale, legge la realtà vagliandola col suo sentire fortemente provato dalla scomparsa prematura del padre. La sua arte è, da un canto, legata al realismo lirico di Guglielmo Ciardi e al suo inno alla natura, dall’altro, in quegli anni, è legata al verismo, in particolare alla vita grama e talvolta disperata degli ultimi, dipingendo episodi e personaggi permeati di poetica malinconia. In questo senso vale la pena riportare  poche righe scritte da Guido Perocco così fortemente evocative:“Nella pittura di Luigi Nono notiamo la stessa aderenza, tipica dell’Ottocento, al realismo di Ciardi e Favretto; ma l’artista vi aggiunge un carattere pensoso e romantico di meditazione velata di ombre e tenerezze, che danno una nota particolare anche all’inquadratura, al taglio, all’impostazione del soggetto, e, in ultima analisi, alla visione stessa del paesaggio o della composizione, per il modo del tutto particolare di esprimere le risonanze interiori che si tramutano in pittura”.

 

Queste immagini vanno ad inserirsi tra i più antichi reperti figurativi del paese, esse ci riportano l’immagine fedele di Mogliano, come paese di campagna, dove orti e campi lambivano l’antica pieve e l’attuale centro cittadino, dove i moglianesi, nonostante tutto, continuavano a vivere tra povertà, malattia e il dubbio di lasciar tutto ed immigrare. Buona parte della popolazione abitava in grandi casseggiati rurali, sparsi tra i campi, nei quali le famiglie, decine e decine di persone che la parentela legava a vita comunitaria, sotto l’egida dell’anziano sopravvivevano lavorando la campagna per conto dei signori. Queste immagini, sebbene siano state elaborate nello studio del pittore, grazie al loro realismo, frutto dell’elaborazione puntuale di foto e appunti dal vero, ci fanno riflettere su come il paese sia stato e di come sia divenuto città, ovvero di come la storia, la crescita demografica e urbana lo abbiano mutato. Forse mai come in questi giorni d’aprile 2020, nel pieno della pandemia del coronavirus, è possibile percepire, almeno in parte, lo stato e l’umore dei nostri avi, la paura dell’oggi e l’incertezza di un domani difficile da immaginare tra affezione al luogo natio e il desiderio di cercar fortuna altrove, come molti giovani ancor oggi fanno e che probabilmente ancor più faranno nei prossimi tempi.

 

Un grazie particolare a coloro che, con il loro fondamentale contributo, hanno permesso la realizzazione di questo studio: al Professor Paolo Serafini per la squisita gentilezza di avermi permesso l’utilizzo delle foto; a Stefania Turetta per la revisione del testo; a Irida Petriti per il supporto bibliografico inerente la storia di Mogliano Veneto.

 

Le immagini sono tratte, con il permesso dell’autore, da “Il pittore Luigi Nono” (1850 – 1918) Catalogo ragionato dei dipinti e dei disegni, a cura di Paolo Serafini.  Torino, Umberto Allemandi & C. 2006.

 

 

 

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