di Carlo Franchini
VERONA – Poco più di quattro chilometri da Verona, seguendo una strada che si inerpica sulle pendici di una collina che regala straordinarie immagini della rigogliosa vegetazione e natura della Valpolicella, raggiungo la tenuta di Ca’ Pigneto.
Ad accogliermi ci sono la Contessa Paola Serenelli dei Conti Serenelli dei Lessini, il marito Carlo Adami, e le figlie Veronica e Angelica, manca Nicolò, che aveva impegni altrove.


L’accoglienza è calorosa. All’ombra di un maestoso cedro del Libano secolare, di fronte alla casa padronale la cui facciata è decorata da una grande meridiana con i segni zodiacali, la famiglia ha imbandito una tavola con salumi, formaggi, torte rustiche, tutto rigorosamente della zona. Il cedro è circondato da un rigoglioso prato di un verde intenso ai limiti del quale si vedono i primi vitigni carichi di uve. Al centro della tavola tre eleganti e raffinate bottiglie dei loro pregiatissimi vini… Ripasso, Amarone e Recioto. Sono vini di nicchia, vini d’eccellenza, da meditazione, conosciuti e riconosciuti come tali non solo nel nostro paese, ma a livello internazionale. Ed è per questo che sono qui, per ascoltare la storia dell’azienda che ha dato origine a questi vini. È Angelica, responsabile dell’immagine e comunicazione, a raccontarmi come è nata Ca’ Pigneto.


Tutto, come spesso accade, iniziò quasi per caso.


Sulla sommità della collina c’era un antico convento dove si narra che nel XVI secolo un viaggiatore inglese che seguiva il Gran Tour d’Italia si fermò colpito dalla bellezza del luogo e dalla splendida vista sul lago di Garda e gli venne offerto del vino eccellente. Era un segno? Forse sì, quel luogo sarebbe diventato la culla di uno dei vini più prestigiosi del nostro paese. Una piccola cappella sconsacrata adiacente alla villa padronale lo testimonia. E proprio di quella collina si innamorarono il Conte Dionigio Serenelli e la moglie Mary Therese de Lassotovitch quando, lasciata l’attività lavorativa, cercavano un luogo lontano da luci e riflettori a contatto con la natura. Poi la passione fece il resto. Il Conte Serenelli, che aveva avuto un ruolo imprenditoriale significativo nel settore ortofrutticolo, decise di dare vita a vecchi vitigni abbandonati ma ancora produttivi, così per hobby, per vedere se questi avrebbero dato dei risultati, e i risultati ci furono. Ma le cose più significative furono due. La prima che la figlia del Conte Dionigio, la Contessa Paola Serenelli, abbia fatto sua quella grande passione per la terra dando vita negli anni ’80 ad un nuovo progetto e che il marito Carlo Adami che, nonostante facesse tutt’altro nella vita, era anche lui non poco appassionato a questo mondo.
Carlo Adami è stato, infatti, un cardiochirurgo vascolare di grande spessore in Italia e all’estero che ha ricoperto importanti ruoli nel campo della medicina mettendo a punto, negli Stati Uniti, innovative tecnologie chirurgiche. Ma nonostante i suoi impegni e le sue grandi responsabilità ha seguito con passione lo sviluppo dell’azienda alla quale oggi dedica parte del suo tempo.






La seconda cosa importante è che anche Angelica, Veronica, Nicolò, abbiano condiviso lo stesso interesse. Si percepisce tanto entusiasmo nelle parole di Angelica che testimonia la sua passione per questo lavoro, e il racconto si fa sempre più interessante.
“Sono due, chiamiamole coincidenze, significative”, sottolinea Angelica, “perché all’inizio fu una vera e propria sfida”. Sfida, aggiungo, che senza una condivisione, impegno, professionalità, ed anche amore per quel lavoro non avrebbe certamente portato al successo di oggi.
Oggi Ca’ Pigneto è costituita da 8,5 ettari vitati di Amarone, Ripasso e Recioto, i tre vini più importanti della Valpolicella ed è magistralmente gestita dalle donne di questa famiglia, la Contessa Paola Serenelli, Angelica e Veronica. “Si “mi dice Carlo Adami, “oggi il vino è donna! Un connubio perfetto che ormai si sta imponendo nel mondo vitivinicolo nazionale”.






Non entrerò nel merito di tutte le caratteristiche dei vini, non è mia materia. Le descrive magistralmente e in modo molto coinvolgente, Veronica responsabile con il fratello Nicolò, della produzione e commercializzazione di questi pregiatissimi vini nell’intervista ([1]), ma vorrei porre l’accento su alcuni aspetti che mi hanno più colpito dei suoi racconti, uno dei quali ha anche un qualcosa di romantico. Almeno per me.
Innanzitutto ho particolarmente apprezzato la scelta di rimanere un’azienda a livello familiare. Poi quella di produrre solo vini d’eccellenza, scegliendo anche di saltare un’annata qualora le uve non avessero le caratteristiche giuste scartando quindi a priori la possibilità di produrre comunque vini meno pregiati per altre fasce di mercato. Tutto questo ha, da un lato un peso non indifferente a livello economico, ma in questo modo i vini sono sempre garantiti, d’eccellenza, nel rispetto dell’immagine dell’azienda e soprattutto dei consumatori. Come non bastasse, il loro vino di punta, l’Amarone, viene fatto riposare per 10 anni prima di essere commercializzato, perché necessita, come dice Veronica, “del giusto periodo di invecchiamento, maturazione e affinamento”. Circa 10.000 sono le bottiglie di vino prodotte da Cà Pigneto, molto poche rispetto a quelle che si potrebbero ottenere da 8.5 mq di vigneti, ma in questo modo il risultato è semplicemente sempre eccellente! E lo dimostrano i tanti premi prestigiosi di cui sono stati insigniti. Nulla è lasciato al caso. Le botti per far riposare il vino sono rigorosamente di legno e le migliori sul mercato, così come i tappi di sughero a cui dedicano una particolare attenzione. Anche le etichette mi hanno colpito, sono eleganti e comunicative al contempo…” Una veste grafica semplice ed elegante dove il nero definisce i contorni e valorizza lo stemma della nobile famiglia Serenelli. Le etichette vengono nobilitate grazie a finiture di pregio, quali lamine in oro e argento e vernici serigrafiche.”[2] Anche l’occhio vuole la sua parte!








La storia dei vini che mi racconta Veronica è non poco affascinante!
Perché Amarone’? Il Recioto, vino della tradizione, è prodotto con una tecnica particolare che prevede l’abbassamento della temperatura della fermentazione per non disperdere i residui dello zucchero nel mosto. Poi un errore. Un contadino si dimenticò di seguire questo procedimento e tempo dopo scoprì che quel vino era ottimo ma… amaro! Da qui il termine Amarone.
Ma è la storia del Recioto, il vino più antico che abbiamo, che suscita i miei interessi per storia e archeologia catapultandomi con la mente nella mia terra natale in Etiopia. E vi spiego perché. L’attuale Recioto era ben conosciuto dai Romani che lo bevevano condito con miele e aromi per garantirne la conservazione, come “retico”. Prima Catullo nel II secolo a.C. elogiava il vino “retico”, poi Svetonio, nel I secolo d.C. ci racconta che era il vino preferito dall’imperatore Augusto:
” … maxime delectatus est vino Raetico (amava molto il vino della Rezia. …)” [3].
Ma di questo vino, considerato il migliore dell’epoca, ne parlano anche altri, tra cui Plinio il Vecchio, Virgilio e nel IV secolo Cassiodoro.
Ed è qui, per me, l’aspetto romantico che lega questo vino alla terra in cui sono nato e vissuto per tanti anni, appunto l’Etiopia.


È infatti risaputo che il vino in uso nella Roma antica, era molto apprezzato ed “esportato” in tutta l’area mediterranea, nel nord-Africa, ma anche più a sud, in Etiopia, nel Grande Regno di Axum (I secolo a.C. – VII secolo d.C.). Lo testimoniano le tante anfore ritrovate negli scavi. Navi cariche di anfore di vino venivano sbarcate nel porto di Adulis, sul Mar Rosso (nell’odierna Eritrea) per poi proseguire con carovane e raggiungere l’acrocoro etiopico a oltre 2000 mt. di altitudine dove sorgeva Axum. Probabilmente i vini erano di vario tipo ma il retico, così pregiato, mi piace pensare che fosse il pezzo forte dei mercanti di vino e che era certamente molto gradito alla corte dei re! Il vino era infatti apprezzatissimo dagli axumiti al punto da indurli, nel tempo, a coltivare le viti. Sono stati ritrovati nel record archeologico resti e semi di uve. Secoli dopo, nel XVI secolo, Francisco Alvarez, ambasciatore del Portogallo in Etiopia, riferisce che il territorio a nord di Axum era coltivato a vite. Una coltivazione che si diffuse, tant’è che le zone fertili fra i 1700 mt. e 2400 mt. vengono localmente chiamate: woina dega, la zona dell’uva. Un sottile filo etnografico che accomuna popoli con culture e tradizioni diverse.[4]
È il momento di assaggiare i prodotti locali e soprattutto i vini. Ebbene sì, tutto quello che Veronica mi ha magistralmente raccontato per il Ripasso, l’Amarone e il Recioto si percepisce dal profumo e dal gusto, difficili da descrivere. Sono davvero vini superlativi, da meditazione, capaci di regalare un’atmosfera preziosa.
Conoscere da vicino questi vini è stata una esperienza molto coinvolgente e significativa sotto vari profili: storico, enologico e umano.
Ca’ Pigneto, come ho detto, è una storia di vite, di sacrifici, di impegno, di tenacia, di professionalità che hanno portato a risultati straordinari. Oggi un’eccellenza di donne italiane!
Ma le parole contano poco, vi suggerisco di provarli!
Carlo Franchini
Crediti fotografici: CaLuMa / Cà Pigneto


[1] “Il vino è donna la vita è vite! I vini e le donne di Cà Pigneto” di Carlo Franchini per “Il Nuovo Terraglio” Agosto 2023 (https://ilnuovoterraglio.it/)
[2] https://www.cinnamon.it/portfolio/azienda-agricola-ca-pigneto/
[3] https://la.wikipedia.org/wiki/Augustus_(imperator)
[4] “Che lo stile di vita dei principi axumiti fosse del tutto confrontabile a quello delle coeve aristocrazie del Mediterraneo è testimoniato, inoltre, dall’uso del vino, importato dal Mediterraneo … Il consumo di vino dovette crescere a tal punto che se ne sviluppò anche una produzione locale, testimoniata tra l’altro da strutture come i torchi per uva scavati nella pietra, visibili nell’area di Addi Tsahafi, a nord di Aksum».” Fonte: “Etiopia, Emozioni di Viaggio” di Carlo Franchini ed. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, pag. 89.
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