La parola inglese wall (muro) deriva dal latino vallum e significa muro.
Il Vallo di Adriano è una lunga e imponente struttura muraria fortificata voluta dall’imperatore romano Adriano e realizzata nella prima metà del II secolo d.C. Non rappresentava un confine nel senso che i Romani intendevano con il termine limes — ovvero una linea determinata da barriere geofisiche come fiumi o creste montuose — ma una barriera difensiva che delimitava il mondo civile da quello caotico e disorganizzato dell’oscuro e accidentato mondo “barbarico”.
Questo è il significato di muro, o muraglia: più comunemente, recinzione. Ripararsi dietro a un muro diventa una modalità difensiva patologica quando si teme il mondo e gli altri che stanno oltre il muro, ma anche quando si ritiene di essere superiori e migliori. Il muro è anche un segnale molto evidente rivolto agli altri: manifesta la propria indisponibilità alla novità e l’arroganza di affermare una presunta superiorità.
Il Muro di Berlino rappresentò, dal secondo dopoguerra fino alla sua caduta, una barriera invalicabile che doveva proteggere i cittadini dal capitalismo e affermare la superiorità del modello comunista. Erigere mura o recinzioni significa, ancora oggi come in epoca antica, la volontà manifesta di non lasciarsi contaminare dall’altro e di conservare intatta la propria identità culturale e sociale. Cintare il proprio spazio vitale vuol dire escludere ed escludersi: l’identità diventa quasi sacrale e non tollera interferenze. Chi entra nel tuo spazio deve morire — questa immagine estrema esprime la rigidità del rifiuto.
Il muro come difesa e prigione è proposto anche nella canzone del gruppo rock inglese Pink Floyd:
«after all, you’re only another brick in the wall»
(«dopotutto, non sei che un altro mattone nel muro»).
Il muro si abbatte togliendo un mattone alla volta. È vero che, se abbattiamo il muro, restiamo scoperti, senza protezione: ci sentiamo nudi come Adamo ed Eva. È ciò che avviene nella malattia, soprattutto quella mentale: isolamento, narcisismo, dipendenza da un’unica prospettiva d’esistenza. Con la guarigione diventiamo più fragili ma vivi — senza dipendenze e senza giustificazioni, interamente presenti e vitali.
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