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Il secondo round di colloqui tra Russia e Ucraina si è chiuso con un risultato a metà

Si sono guardati negli occhi — a dieci metri di distanza e con tutta la storia nel mezzo — e alla fine se ne sono andati ognuno con i propri prigionieri, ma non con la pace. Il secondo round di colloqui tra Russia e Ucraina a Istanbul si è chiuso con un risultato a metà: uno scambio di 1.000 prigionieri per parte, forse altri 200 in un secondo momento, e la restituzione (limitata) di alcune delle centinaia di bambini ucraini deportati. Nessun cessate il fuoco. Nessuna vera tregua. Solo un tavolo ancora apparecchiato per il prossimo round.

ISTANBUL. Nel sontuoso Çırağan Palace, ex residenza ottomana oggi hotel a cinque stelle, i delegati si sono seduti con abiti che raccontano due guerre diverse: i russi in giacca scura, come se si trattasse di una trattativa commerciale; gli ucraini in divisa, come se ogni parola fosse un’estensione del fronte. Non più di due ore, poi il gelo ha ricominciato a scorrere sul Bosforo.

È facile salutare lo scambio di prigionieri come un successo: e in parte lo è, soprattutto per le famiglie che attendono un volto familiare alla porta. Ma la vera posta in gioco — il cessate il fuoco — resta lontana. Kiev ha chiesto un mese di silenzio sulle armi; Mosca ha risposto con un documento che, secondo indiscrezioni, chiede in cambio il ritiro ucraino da quattro regioni occupate. Più che una proposta, un déjà vu.

E poi c’è il tema dei bambini. Zelenskyy ha presentato una lista di quasi 400 minori sottratti e deportati in Russia. I negoziatori russi, in risposta, hanno accettato di discuterne… dieci. È difficile trovare un aggettivo che non scivoli nel sarcasmo: dieci su 400. Come scegliere dieci gocce da restituire a un mare svuotato con la forza?

Nel frattempo, la guerra sul campo non attende le diplomazie. Mentre i delegati stringevano mani senza stringere accordi, l’Ucraina metteva in atto l’”Operazione Spiderweb”, un attacco coordinato con droni su basi aeree russe, che secondo fonti di Kiev avrebbe distrutto 41 aerei e causato danni per 7 miliardi di dollari. È la guerra che entra nell’era degli algoritmi e dei droni invisibili, dove ogni giorno nasce una nuova tecnologia e muore un altro pezzo di normalità.

Ciò che resta, per ora, è un mosaico di gesti parziali. Prigionieri in viaggio verso casa. Bambini ancora lontani. Generali che si scambiano resti umani sotto tregue locali di “due o tre giorni”. E leader — Zelenskyy, Putin, Erdogan, forse persino Trump — che si osservano a distanza come pezzi su una scacchiera che non conosce stallo.

Il tavolo della pace, in fondo, è ancora lì. Ma come in certi banchetti reali, il menù è sempre il medesimo: ostilità raffreddata, promesse tiepide, e la pace ancora fuori portata.

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