In occasione della 19. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, la Santa Sede torna a farsi portavoce di un messaggio potente e attuale con il progetto Opera Aperta, promosso dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione. Il Padiglione, ospitato nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello, si configura come un vero e proprio atto di restauro partecipato, un cantiere vivo in cui l’architettura diventa pratica di cura, ascolto e responsabilità condivisa
VENEZIA. La serata inaugurale, tenutasi oggi alla presenza del sindaco Luigi Brugnaro, degli assessori comunali Paola Mar e Francesca Zaccariotto, del ministro della Cultura Alessandro Giuli e del patriarca Francesco Moraglia, ha offerto l’occasione per riflettere sul significato profondo della partecipazione della Santa Sede alla Biennale. Come ricordato da Sua Eccellenza Paul Desmon Tighe, il Padiglione si inserisce nel solco tracciato dalla Laudato si’, l’enciclica con cui dieci anni fa Papa Francesco richiamava l’umanità a una nuova alleanza con la Terra.
Curato dall’architetta Marina Otero Verzier, insieme a Giovanna Zabotti, Opera Aperta vuole dare forma a un processo inclusivo e dinamico: nei prossimi sei mesi, il Padiglione si trasformerà in un laboratorio collettivo, dove associazioni, architetti, studenti e cittadini saranno protagonisti di un’opera che non è chiusa, ma in continuo dialogo con la città e con il tempo. Come ha spiegato l’assessora Mar, “questo padiglione è un ritorno alle origini: l’architettura vive quando è abitata, quando risponde a una funzione, non quando si cristallizza in monumento. È aperta, se viene vissuta”.
Lo spazio scelto per ospitare il Padiglione è carico di storia e significato. Il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, fondato nel 1171 come ospizio per pellegrini e poi divenuto il più antico ospedale del centro storico, è stato riconvertito nel Settecento per accogliere un asilo, una scuola e un convitto. Dal 2001 di proprietà del Comune e destinato ad attività culturali, sarà ora restaurato e valorizzato grazie al progetto della Santa Sede, che ne gestirà la programmazione per i prossimi quattro anni.
Nel cuore di Opera Aperta vi è la volontà di “riparare” piuttosto che sostituire: una visione del restauro che non nasconde le ferite del tempo ma le integra nel progetto, trasformando le crepe in possibilità. “Non è solo un intervento architettonico – ha dichiarato Giovanna Zabotti – ma una pratica culturale ed educativa che rimette al centro la comunità”.
I ponteggi di opera aperta, sono della friulana Pilosio di Tavagnacco presente all’inaugurazione con il presidente Nereo Parisotto.
Il Padiglione sarà anche uno spazio di condivisione e confronto continuo, animato da workshop, incontri e attività laboratoriali, con il coinvolgimento delle realtà locali e delle giovani generazioni. In questo senso, come ha sottolineato il sindaco Brugnaro, “Venezia e il Padiglione della Santa Sede diventano simboli di pace, accoglienza e dialogo, offrendo ai giovani un’esperienza concreta di rispetto e cooperazione”.
Opera Aperta rappresenta così un messaggio forte e attuale: di fronte alle fragilità ambientali e sociali del nostro tempo, la risposta non può che essere collettiva, responsabile e radicata nella cultura della cura. Un invito, anche per l’architettura, a tornare a essere spazio vissuto, luogo di relazioni e seme di futuro.
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