C’è una domanda che, con l’arrivo della bella stagione, si trasforma in un piccolo, spietato rito sociale: «Dove andrai di bello in vacanza?». Se rispondi che resterai a casa, vieni investito da sguardi compassionevoli e sorpresi. Per evitare l’imbarazzo, molti di noi si trovano a inventare viaggi avventurosi e mete stravaganti, pur di non deludere l’interlocutore. Questa dinamica svela una verità profonda: la vacanza e il pensionamento sono i due momenti più desiderati della vita, ma anche quelli che ci espongono alle più inaspettate cadute fisiche e psichiche.
Le ferie durano poco. Eppure, in quelle due settimane, pretendiamo di concentrare tutto ciò che non abbiamo fatto in un anno. Riempiamo i giorni e le notti di attività intensive – sicuramente salutari, ma tutt’altro che rilassanti. C’è un rischio reale che corrono i “vacanzieri” (termine che uso in senso valoriale e non spregiativo, a differenza di chi è sempre in ferie perché può permetterselo): ci si stanca del riposo, e allora si cerca di non riposare per non stancarsi.
Si parte stressati dal lavoro e si rientra stressati dalle vacanze. Come raccontava un impiegato descrivendo il suo viaggio: «Ho fatto duemila chilometri e la macchina non ha fatto un solo rumore». Ecco, le sue vacanze erano state tutte lì, racchiuse nel funzionamento di un motore.
A questo si aggiunge la convivenza forzata: la famiglia si ritrova insieme per ventiquattro ore su ventiquattro. Un’idea sulla carta bellissima, ma che nella realtà costringe i singoli membri a una vicinanza a cui non sono più abituati.
Identica dinamica si ripropone, su scala più ampia, quando arriva il tanto sospirato pensionamento.
Finalmente liberi dalla schiavitù del cartellino, della sveglia all’alba e della stanchezza cronica, si entra nel cosiddetto retirement, il buon ritiro. Ma anche questa libertà nasconde un’insidia psicologica. La lunga pausa che precede la vecchiaia e il nulla può spaventare enormemente.
Le giornate rischiano di diventare tutte uguali, da condividere – anche qui – con i propri cari ogni giorno, ogni mese, ogni anno, senza più il filtro protettivo della routine lavorativa.
Vacanze e pensione si assomigliano perché entrambe aprono le porte a un potenziale vacuum esistenziale, un vuoto che rischia di risucchiarci in un’esperienza disperata anziché felice. Forse il segreto sta nell’approcciarsi a questi periodi con un pizzico di sana prudenza, persino con qualche dubbio, senza caricarli di aspettative grandiose.
Se ci prepariamo alle ferie e alla pensione senza pretendere la felicità assoluta, non resteremo delusi. La nostra vita ha valore anche senza una partenza da esibire, e la nostra identità rimane intatta anche quando qualcuno, un giorno, ci dirà che è arrivato il momento di andare perché non c’è più bisogno di noi.
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