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Il mio secolo

IL MIO SECOLO

Abbiamo atteso il passaggio di millennio con il fiato sospeso e il conto alla rovescia, come se allo scoccare della mezzanotte fossimo destinati a entrare in un’altra dimensione.

Eppure, la vera misura del tempo non risiede nel calendario. Oggi che la vita di una sola persona può attraversare cento anni — in un’epoca popolata da un numero sempre maggiore di ultracentenari, laddove un tempo si succedevano tre o quattro generazioni — dovremmo porci una domanda diversa: ha ancora senso parlare del secolo del calendario, o non ha più senso parlare del nostro secolo? Un secolo unico, personale, irrepetibile.

Questo secolo individuale inizia quando nasciamo e termina con la nostra morte. Ma persino questo perimetro, senz’altro più reale della scansione astronomica, fa fatica a farsi ingabbiare. L’inizio, infatti, non coincide necessariamente con il primo respiro: potremmo collocarlo nella prima cellula che prende forma al concepimento, nei nove mesi di una gestazione cruciale. Siamo già vivi, anche se fusi e dipendenti da una donna che ci trasporta come una nave da crociera, facendoci assaporare il mondo prima ancora di farvi ingresso.

Se l’inizio è fluido, la fine è ancora più indefinita. Dopo la morte, continuiamo a vivere nella memoria degli altri. Per chi ha compiuto grandi imprese, questo ricordo può scavalcare millenni: Socrate è vivo ancora oggi e continua a parlare a studenti e studiosi, lasciandoci il suo secolo in eredità come un patrimonio inestimabile.

Siamo noi, in fondo, a decidere come calendarizzare la nostra esistenza. Possiamo scegliere di farla durare pochi anni, rifiutando l’idea di lasciar traccia, oppure desiderare che la nostra presenza nella storia si prolunghi nel tempo come le piramidi dei faraoni.

L’unica costante, l’unica verità tangibile, resta l’alternarsi del buio e della luce ogni santo giorno, immersi in un presente da vivere prima ancora che da ricordare. La certezza è che qualcuno ci ha atteso: a volte desiderati, altre volte temuti per aver turbato i piani o gravato sui bilanci quotidiani. Eppure, ora ci siamo. E dobbiamo fare i conti con la grande Storia in cui il nostro secolo privato si realizza.

Ogni evento lontano, anche quello che ignoriamo, incide sulla nostra esistenza. Ce ne accorgiamo raramente, ma la nostra storia personale si intreccia inevitabilmente con quella degli altri e dell’intera umanità. Anche a volersi isolare come eremiti, il mondo esterno penetra nelle nostre vite.

Lasciare un’impronta dipende da noi, ma è al contempo un fatto inevitabile. In un paradosso tipicamente umano, verrebbe da dire che nessuno nasce e nessuno muore davvero. Tutto è regolato dall’alternarsi della luce e dell’ombra per un effetto astronomico di cui non siamo autori, né responsabili. Solo involontari, ma straordinari protagonisti.

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