In questo racconto, tratto dal libro “Dammi un bacino” di Silvia Moscati, il ricordo di una bambina profuga, a Trieste, a inizio anni ’60, nata nel campo di Trieste dove vivevano le persone più povere, scappate dall’Istria.
“Sin dal primo giorno di scuola della prima elementare, la maestra ci dettò le regole del vivere in società: aspetto curato, capelli pettinati, meglio se raccolti in coda o trecce, mani e unghie pulite, grembiule e colletto sempre puliti e ben stirati, calzettoni o calzini bianchi e scarpette nere di vernice, quelle dette “baby” con il cinturino “abbottonato”. La coda di cavallo per me era irraggiungibile causa il taglio prescolastico imposto da mio padre che azzerava anche la minima possibilità di acconciatura femminile. Una forcina per parte neutralizzava anche la piccola frangetta.
Sui calzettoni si poteva trattare ma sulle scarpette di vernice nera non c’erano margini; papà aveva detto: “quella è matta” riferendosi alla maestra e alla sua regola e il discorso era chiuso. Con il freddo che faceva d’inverno, mandare in giro una bambina con le scarpe di vernice era assurdo. Ma la maestra era irremovibile: le brave bambine dovevano presentarsi al mattino in riga, spalle alla parete e aspettare la sua ispezione; quelle che non risultavano in ordine anche con una sola delle norme dichiarate, venivano fatte passare in un’altra fila, quella dei brutti anatroccoli, e rimanevano ferme in piedi con le spalle al muro finché la maestra non dava ordine di tornare al banco.
C’era una bambina, minuta e silenziosa, perennemente in castigo poiché la sua discordanza dalle regole era pressoché totale. La maestra la faceva rimanere in piedi, in fondo alla classe, per ore. Me la ricordo con addosso un maglioncino di lana grezza sopra ad una camicia, una gonna abbastanza lunga, degli stivali e un’aria trasandata e sporca. Avevo notato che non portava il cappotto e avevo domandato a mia mamma il perché. Mi rispose: ”È una profuga” senza aggiungere altro.
Avevo sentito i grandi parlare di un campo profughi presso un vecchio scalo ferroviario, e lì, tra i vagoni merci in sosta o abbandonati, immaginavo che vivesse la mia compagna di classe. In realtà i profughi istriani erano sistemati in un fatiscente casermone che più volte, nei circa vent’anni di permanenza dei Giuliani, fu rappezzato.
Erano persone trasparenti: non si parlava di loro né loro facevano sentire la loro voce.
Non conoscevo bene il significato della parola profugo ma non osavo chiedere perché la risposta sarebbe stata la stessa: ”Non sono cose che interessano ai bambini”. Qualche volta la mamma e la nonna parlavano tra di loro in dialetto di qualcosa che poteva trattarsi della situazione a Parenzo, città natale di mia nonna, o di qualcuno dei suoi parenti che era rimasto lì, in Jugo (così chiamavamo i territori istriani passati sotto la Jugoslavia). Andammo “di là in Jugo” per la prima volta quando ero già alle medie ma la nonna non è mai venuta con noi, non ha mai voluto rivedere la sua città natale. Quando si scottava con il fuoco o con una pentola, facendo da mangiare, o si pungeva il dito con l’ago mentre cuciva, se ne usciva con un “maledetti titini”. Una volto le chiesi chi fossero, mi rispose: ‘sé quei che ne gà ciolto tuto, ne gà cavà le case e anche l’anima’.
Dopo qualche mese dall’inizio dell’anno scolastico, la mia compagna profuga non frequentò più la scuola. Nessuno chiese di lei, nessuno sollevò il problema, forse non si accorsero nemmeno della sua assenza”.
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