di Michele Rovoletto
La strage di Vergarolla, accaduta il 18 agosto del 1946, è sicuramente la strage di civili meno conosciuta avvenuta nel territorio italiano nel dopoguerra. Tanto è sconosciuta, quanto fu efferata tanto fu volutamente rimossa dalla memoria collettiva, quanto abbiamo il dovere di ricordarla.
Domenica 18 agosto del 1946 a Pola era un giorno particolare perché alla spiaggia di Vergarolla sarebbe dovuta andare in scena “Coppa Scarioni”, una gara di nuoto molto popolare per la città in riva all’Adriatico. L’arenile era gremito, per la manifestazione organizzata dalla “Pietas Giulia”, in spiaggia si ritrovarono a centinaia, soprattutto famiglie e giovani, provenienti anche dall’entroterra.
Lasciamo per un attimo la spiaggia brulicante di vita e spensieratezza e facciamo un passo indietro, cerchiamo di comprendere in quale clima la città fosse giunta e come avesse affrontato quella domenica agostana di svago.
Con l’avvento del fascismo, in tutto il territorio nazionale avvenne l’italianizzazione dei toponimi e dei cognomi, nonché l’imposizione dell’italiano come lingua unica, quindi si sancì il divieto assoluto di parlare, anche in ambito privato, qualsiasi lingua estera. Questo coinvolse l’Alto Adige e la sua minoranza tedesca, ma soprattutto i territori ad est dove vivevano le minoranze croata e slovena.
Non mancarono fatti di violenza scaturiti dalle azioni punitive delle ronde fasciste; in uno di questi, il più eclatante, avvenuto ben due anni prima dell’ascesa al potere di Mussolini, fu incendiata la Narodni dom, ovvero la Casa della Cultura Slovena di Trieste, era il 13 luglio del 1920.
Successivamente, nell’aprile del 1941, Germania e Italia, assieme ai loro alleati, Ungheria e Bulgaria, sferrarono l’attacco al Regno di Jugoslavia. La vittoria e la conseguente occupazione fu questione di pochi giorni; l’efferatezza sconsiderata delle truppe dell’asse causò decine di migliaia di vittime civili e la catastrofe militare dell’esercito Jugoslavo che lasciò sul campo migliaia di militi e ne consegnò oltre trecentomila ai terribili campi di prigionia tedeschi e italiani.
Seguirono ventinove mesi di occupazione militare contrassegnati da una gestione italo-tedesca priva di scrupoli e in completo sfregio del diritto internazionale. Tant’è che nella sola provincia di Lubiana, sotto controllo italiano, si contarono: 5.000 civili fucilati, 200 arsi vivi o massacrati nelle spedizioni punitive contro i villaggi sospettati di proteggere la resistenza locale, 900 partigiani catturati e fucilati e 7.000 civili (donne, anziani e bambini) dei 33.000 deportati, morti di malnutrizione e malattie nei campi di concentramento.
Le stesse vicissitudini le vissero le popolazioni del Montenegro e della costa dalmata, controllate dagli italiani. Dal 1943, anno della caduta del fascismo, al 1945, l’intera Jugoslavia fu occupata dall’esercito tedesco che, appoggiato da quel che restava dell’esercito italiano (solamente circa 30.000, del mezzo milione di soldati italiani presenti tra Penisola Balcanica e Grecia, rimasero fedeli al Terzo Reich) e dagli ùstascia croati ingaggiò una durissima guerra contro le truppe dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, di chiara e marcata ispirazione socialista.
Guidate da Tito, le formazioni partigiane presero, battaglia dopo battaglia, il controllo dell’intero territorio dell’ex regno balcanico, anzi occuparono Trieste, l’Istria, la Venezia Giulia e avanzarono pretese territoriali sul Friuli.
Queste formazioni partigiane oltreché nella guerra di liberazione, si distinsero per l’eliminazione di ogni forma di opposizione politica all’interno del territorio controllato nonché per un considerevole risentimento anti italiano, elementi che costituirono le basi per la tragedia delle foibe.
In quell’agosto del ‘46 la situazione era estremamente tesa, gli inglesi controllavano il territorio istriano conteso tra italiani e jugoslavi, con la speranza che le delegazioni dei paesi vincitori riunite a Parigi, potessero liberarli, quanto prima, da questo gravoso compito.
Larga parte dell’Istria e della Dalmazia visse nella speranza che l’italianità secolare di quei luoghi fosse rispettata, mentre la parte slava e quella filo slava italiana auspicavano che la guerra di liberazione portasse loro oltre alla nuova patria socialista, anche i territori italiani ripuliti dal popolo che li oppresse.
Tornando alla spiaggia di Vergarolla, in quel giorno di festa per gli italiani di Pola la gara natatoria era carica di significato identitario, era il modo di tornare a vivere le proprie tradizioni, il modo di ritrovarsi e “contarsi”, mostrarsi numerosi e uniti di fronte alle autorità inglesi e titine, soprattutto verso gli slavi e i filo socialisti con cui convivevano.
Sull’arenile, di fronte alla sede della società organizzatrice erano in tantissimi sebbene in quel luogo fossero depositate, da tempo, ben ventotto mine antisbarco. Queste, come tutti sapevano, erano innocue, in quanto nell’immediato dopoguerra erano state messe in sicurezza liberandole dai detonatori.
Tant’è che qualcuno di questi ordigni, come raccontano i testimoni dell’epoca, fu usato dalle famigliole come base d’appoggio per il loro pranzo in spiaggia.
Alle 14,15, secondo varie testimonianze, ci fu uno sparo isolato, poi una piccola scia di fumo azzurro che si mosse nella spiaggia, infine, pochi attimi dopo, la deflagrazione delle mine, probabilmente innescate da cariche esplosive.
Lo scoppio, com’ è facile immaginare, fu potente e si udì per chilometri nel circondario della città, inoltre alzò nel cielo un tetro fungo nero visibile a lunga distanza.
Il resoconto dei morti è tutt’oggi da chiarire; anche se la versione ufficiale parla di 65 vittime e 5 dispersi i deceduti potrebbero essere circa un centinaio, soprattutto in virtù del fatto che taluni corpi furono completamente disintegrati dallo scoppio. Fu una strage scientificamente crudele, un terzo dei morti non raggiungeva i vent’anni (15 bimbi con meno di 10 anni, altri 8 ragazzi non andavano oltre i 19 anni), un delitto che doveva scavare un solco invalicabile, lasciare una traccia d’odio indelebile tra le opposte frange della popolazione.
I colpevoli materiali e i loro mandanti non sono ancora stati scoperti, nessuno ha mai avuto il coraggio di rivendicare un atto così vile e vigliacco verso persone inermi. Le tesi si sommano a seconda della convenienza politica dell’epoca, passano da quella filo PCI che dava la colpa agli inglesi per l’incuria con cui avevano gestito le mine poi esplose, all’opinione di alcuni che vedevano la mano occulta dei sovietici intenti a testare il grado e l’intensità di reazione degli Alleati (il giorno dopo fu abbattuto, dai titini, un aereo degli USA con la conseguente morte dei 5 membri dell’equipaggio).
Altri pensavano a frange nazionaliste dei servizi segreti italiani che speravano di influenzare gli accordi in corso a Parigi in favore dell’italianità di Istria e Dalmazia, mettendo in cattiva luce gli jugoslavi.
Infine, la tesi più accreditata, anche se mai dimostrata, accomunava il giudizio espresso dai servizi segreti italiani e quelli inglesi: la strage fu opera dell’OZNA ovvero i servizi segreti jugoslavi, probabilmente per dimostrare agli italiani sia la totale impossibilità della loro permanenza sia l’impossibilità di alcun compromesso; al contempo avvisare gli angloamericani e i paesi vincitori di risolvere velocemente e in loro favore la trattativa in corso a Parigi.
Le reazioni in Italia furono blande, il paese affrontava i delicati accordi post-bellici come belligerante sconfitto e la classe dirigente non ebbe la volontà, o il coraggio, di porre la questione in modo ufficiale e determinato.
Gli inglesi, colpevoli di essersi fatti colpire così duramente nel territorio sotto loro tutela, fecero di tutto per dare alla questione un basso profilo.
Gli americani furono freddi, se non indifferenti, intenti com’erano di capire le intenzioni di Tito (di riflesso dell’Unione Sovietica), visti i loro soldati caduti in quei giorni per mano jugoslava a causa di banali sconfinamenti.
Una situazione di non facile lettura in quanto gli accadimenti coinvolgevano truppe fino ad un anno prima alleate. Questa estrema tensione, si parlò di una possibile guerra italo statunitense contro l’esercito jugoslavo, trovò soluzione quando gli USA posero un ultimatum ufficiale a Tito, il quale formulò immediate scuse.
Oggi che il dovere della memoria ci spinge a riflettere su quanto accaduto, questo atto criminale ci appare disonorevole per chi l’ha commesso; colpire vigliaccamente dei civili ha fatto versare altro sangue innocente, aggiunto un’altra ingiustizia alle tante barbarie di quel tempo.
Queste povere vittime non hanno ricevuto per decenni alcuna humana pietas, sepolte dall’imposto e pavido oblio istituzionale, persone qualsiasi che si son ritrovate nel cinico scacchiere della neonata Guerra fredda, prime tra le tante vittime della strategia della tensione che caratterizzerà l’Italia nei decenni successivi, vite spezzate come effetto collaterale di interessi ideologici e disumani.
Ricordiamo oggi queste povere vittime innocenti, consapevoli che la nostra democrazia potrà dirsi realmente foriera di libertà e giustizia quando tutte le componenti politiche e sociali della nostra comunità nazionale avranno finalmente il coraggio di guardare in faccia la storia.
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