Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!
Se guardo indietro, mi rivedo ragazzo camminare sui sampietrini che portavano al Bonaccorso mentre tengo strette le fibbie sfilacciate dello zaino. Come i giovani di dovunque, osservavo le cose con la leggerezza di chi crede che il momento migliore della vita gli stia ancora davanti, e non già addosso. Arrivavo a scuola che il cortile si stava già animando, tra le urla dei ragazzi e le imprecazioni di qualche genitore a cui stava stretto tenere il passo lento di quel figlio svogliato. Sistemato al banco e messi fuori i libri, finivo sempre per perdermi tra i numeri e le parole. Fu a scuola che lo vidi la prima volta, di fianco al preside, sulla porta dell’aula. Non era più grande di noi, ma lo sembrava. Non tanto per il suo aspetto, che comunque si mostrava maturo, quanto per quello sguardo acuto e insolente.
– Quest’anno avrete con voi un compagno in più – disse il responsabile – Il suo nome è Alberto Martino.
– Dove vuoi sederti? – chiese il Brunetti.
– Là – rispose lui sollevando il mento nella mia direzione.
Eravamo ventiquattro ragazzi. Avrebbe potuto affidarsi agli spessi occhiali dell’Arrighi, fare branco con il Ghezzi, o sedersi accanto alla Rossetti, a cui ambivo dalla prima media. Eppure, aveva scelto me.
– Ma il tuo nome è Alberto o Martino? – chiesi quando mi fu accanto, nel tentativo di instaurare un qualche tipo di rapporto con lui.
– Non importa, tanto tu non mi devi chiamare. Sono io che devo chiamare te. Qual è il tuo nome?
– Luigi
– Luigi? – Feci cenno di sì alzando le spalle.
Stabilì che oltre ai miei compiti avrei dovuto svolgere anche i suoi. Convenne, inoltre, che i nostri lavori non potevano essere identici; quindi, avrei dovuto mettere sempre qualche errore qua e là, nei miei. Mi ci vollero settimane per avvicinarmi il più possibile alla sua calligrafia: riusciva a essere originale e inimitabile anche in quella.
Passai ore ad osservarlo. Se ne stava in disparte noncurante di tutto guardando al mondo come chi ha già molta più vita alle spalle che davanti a sé: invidiavo la sua capacità di dare un ordine alle cose, quell’attitudine precoce di sentire il proprio avvenire e di dargli peso e forma. Non come me che facevo tutto in modo fiacco, senza crederci troppo, come chi sente che non si sta adoperando per il proprio futuro.
Masticai mesi chiedendomi se ciò che si era creato tra me e Alberto potesse avvicinarsi a una qualche forma d’amicizia. La risposta arrivò un pomeriggio d’inizio primavera durante una pausa al campo scuola. Il professore di educazione fisica lo aveva supplicato di partecipare alla campestre ignorando le sue doti atletiche, ma rassicurato dal fatto che nessun avversario con un minimo di buon senso avrebbe ostacolato la sua vittoria. Eravamo immersi in un silenzio irreale, sdraiati lungo le tribune deserte. Un vento tiepido alzava nubi di polvere rossa. Lui fumava una Winston blu che si era procurato non so come, io contemplavo il cielo.
– Se dovessi scappare molto lontano, dove andresti? – chiese solo all’apparenza annoiato, mentre due rivoli di fumo bianco gli uscivano dalle narici.
– Non saprei – risposi cercando di prendere tempo – di sicuro non in un paese piccolo come Travalle.
La mia risposta lo incuriosì a tal punto da farlo alzare su un fianco, così da potermi guardare meglio.
– E perché non in un posto così?
– Perché nei paesi piccoli chiunque sa tutto di tutti. La mia vicina di casa per esempio, ecco, lei conosce esattamente quando devono venire le sue cose a mia sorella – a mia volta mi sollevai nella sua direzione per fargli capire che tenevo a quell’argomento almeno tanto quanto lui – Se proprio volessi far perdere le mie tracce, allora credo che fuggirei in una grande città dove posso diventare uno dei tanti che ci vivono”.
Fece un cenno di approvazione con la testa e tornò a sdraiarsi rivolto al cielo.
– Cosa vorresti fare da grande?
– Vorrei fare il giornalista perché i giornalisti vanno alla ricerca della verità e mio padre, che fa il poliziotto, dice che sanno sempre le notizie prima di tutti. Persino della polizia –
– Potrebbe volerci molto tempo- sentenziò.
Un anello di fumo denso uscì dalla sua bocca e aleggiò per qualche istante sopra la mia testa dove formò una fragile aureola che, un attimo dopo, si spezzò.
– Non importa – risposi- io saprò aspettare.
– Allora, caro giornalista, ti do una notizia che non sa nessuno: domani non verrò alla campestre.
Il giorno dopo Alberto non si presentò davvero. La Giordano sosteneva che quel ragazzo spuntato dal nulla avesse qualcosa da nascondere: sua nonna, che abitava vicino a lui, le raccontava sempre che la sua famiglia non aveva legato con nessuno del vicinato e che, anzi, avevano cercato in tutti i modi di isolarsi.
– Che c’è di strano? – commentò impassibile il Ghezzi mentre masticava una gomma a bocca aperta – Anch’io manterrei le distanze da una come tua nonna.
La Giordano gli mollò un calcio sugli stinchi.
– Scherzate pure quanto volete, ma stanotte il vostro amico Alberto è venuto a prenderselo la polizia-
Con le parole della Giordano che ancora mi giravano per la testa, mi ritrovai all’ora di cena, l’unico momento della giornata in cui la mia famiglia si ritrovava al completo nella stessa stanza. Mio padre, incapace di smettere i suoi panni di poliziotto, ci passava in rassegna con le sue domande sulla giornata appena trascorsa, non tanto con l’obiettivo di dimostrare interesse verso ciò che eravamo, quanto per farci sentire ben chiaro che niente poteva sfuggire al suo controllo meticoloso. Mi ero già perso nelle infinite lagne di mia sorella quando, ignorando che non fosse il mio turno, me ne uscii con l’interrogativo da cui tutto ebbe origine.
– Papà, se tu dovessi scappare, dove andresti?- fissava i tortellini che si erano gonfiati nel brodo e rimase bloccato nel gesto di portare il cucchiaio alla bocca.
– Perché mi fai questa domanda? – chiese rimettendo il cucchiaio nel piatto.
– È che me lo ha chiesto ieri Alberto e io ora lo chiedo a te-
Lo vidi cambiare espressione di colpo ma la sua, più che collera, era preoccupazione.
– E cos’altro ti ha detto Alberto?
– Niente. Ha solo aggiunto che oggi non sarebbe venuto alla campestre-
Non dimenticherò mai lo sguardo di mio padre dentro al mio, quegli occhi liquidi di animale impaurito.
– A chi altro lo hai raccontato? Dimmelo! A chi altro lo hai raccontato?
– A nessuno papà. A nessuno. Ma a scuola la Giordano si è inventata che la polizia stanotte lo ha portato via.
Ci lasciò a tavola così, senza dare spiegazioni, e se ne andò sbattendo la porta.
Quando tornò, diverse ore dopo, bastò guardarlo per capire che era meglio filare nelle nostre camere e lasciare libero il posto in salotto.
Se fino a quel giorno avrei giurato che la notte durasse il tempo di un sogno e di un ultimo pensiero sul cuscino, quella che avevo davanti si stava presentando come una processione infinita di assilli. Là fuori stava succedendo qualcosa di cui mi sentivo responsabile, e questo mi consumava i pensieri. Dove era finita la spensieratezza che credevo di avere? Avevo perso il conto di quante volte mi fossi girato e rigirato alla ricerca della posizione che mi avrebbe aiutato a prendere sonno. Sentii dei colpi alla finestra e corsi ad aprire. Alberto era lì.
– Sono venuto a salutarti – disse senza tradire la fretta e l’emozione – È saltato tutto. La polizia deve trovarmi un altro posto. Un posto sicuro, lontano da quelli che mi stanno cercando.
Ci guardammo con la leggerezza di due vecchi amici che non hanno niente da dirsi perché già si sono detti tutto. Mi aveva scelto per questo, perché sentiva che avrei saputo lasciarlo andare senza chiedere niente di più di quanto lui non fosse disposto a dire.
– E dove te ne andrai?
– In un posto dove nessuno sa quando devono venire le sue cose a tua sorella” – rispose con il suo fare irriverente mentre mi puntava addosso quei suoi occhi maledettamente vivi che qualcuno voleva chiudere per sempre. Sorrise e fece per andarsene. Riuscii solo a dire -Alberto!-
Si voltò un’ultima volta e mi gettò della carta appallottolata.
– Luigi, mi chiamo Luigi.
Lo guardai allontanarsi lungo il marciapiede con le mani in tasca e quella camminata sfacciata che lo rendeva inconfondibile. Lo fissai a lungo fino a quando di lui non rimase che un flebile tremolio nell’aria ferma e pungente di quella notte infame. Aprii il cartoccio e lo lessi: “Caro il mio giornalista, ti dò una notizia che non sa nessuno: un giorno ci rivedremo. So che potrebbe volerci molto tempo, ma non importa: io saprò aspettare”.
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