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I Sacri Monti: che Meraviglia!

7 minuti di lettura


Un patrimonio dell’UNESCO che sa stupire

Ancora una volta l’Osservatorio Antelao ha saputo proporre per le vacanze pasquali una meta culturale di alto livello artistico e culturale, nonché paesaggistico: Oropa, Varallo ed Orta, tre dei

nove Sacri Monti (Varallo, Crea, Orta, Varese, Oropa, Ossuccio, Ghiffa, Domodossola e Valperga) Patrimonio UNESCO dal 2003, che si trovano nelle montagne dell’Italia del nord e sono costituiti da nove distinti complessi di cappelle e architetture sacre del 16° e 17° secolo.

I Sacri Monti, alla cui realizzazione parteciparono i migliori artisti della tradizione artistica lombarda tardo-rinascimentale e barocca, nacquero come luoghi di preghiera in Europa in alternativa alla Terra Santa, in cui per i pellegrini era sempre più difficile arrivare a causa dell’espansione della cultura islamica e come risposta alla Riforma Protestante.

Questi complessi architettonici, distribuiti lungo le pendici di un’altura, inducono i visitatori a seguire un percorso fisico e spirituale, un pellegrinaggio attraverso un itinerario simbolico di stazioni monumentali che rendono sacro lo spazio naturale. Oltre ad essere luoghi dell’anima, dunque, i Sacri Monti sono anche frutto di un grandioso progetto di sacralizzazione del paesaggio e risultano straordinariamente integrati nella natura circostante composta da foreste, laghi e colline.

Prima di arrivare ad i Sacri monti, ci siamo recati a Palazzo La Marmora, una dimora storica del XVI secolo che sorge nel quartiere storico di Biella. Il Palazzo, in quanto appartiene da sempre alla stessa famiglia e ne conserva le testimonianze di otto secoli di storia, è un prezioso esempio di Casa Museo con un giardino sospeso tra storia e natura, ideato a metà del 1400 e trasformato dalle 15 generazioni attraverso sette secoli, dal Rinascimento al Neoclassicismo, dall’800 ad oggi.

Arrivare ad Oropa poi ci ha fatto comprendere come, un luogo in cui Sant’Eusebio, vescovo di Vercelli, aveva lasciato una statua in legno, o meglio un icona della Madonna, sia poi divenuto la sede di un complesso di edifici di culto mariano, a circa 1159 metri, in un anfiteatro naturale di montagne  delle Alpi Biellesi.

In epoca barocca il santuario ebbe una grande espansione architettonica, grazie anche alla protezione della Casa Savoia. Furono le infante reali Maria Apollonia e Francesca Caterina (sepolta nella navata centrale della Basilica antica) che fondarono le “Figlie di Maria”, un gruppo di donne che, pur senza proferire i voti in forma pubblica, si dedica ancora oggi all’assistenza dei pellegrini e alle necessità del santuario. Sono stati attivi ad Oropa architetti illustri, fra i quali Filippo Juvarra, cui si deve fra l’altro la monumentale Porta Regia del santuario e Guarino Guarini.

Il nostro arrivo ad Oropa è stato connotato da un senso di meraviglia, per come una piccola Versailles, fosse stata costruita in un sito simile. Infatti, durante la visita guidata del mattino seguente la guida ci ha spiegato come il tutto è stato costruito sulla roccia. Ma emozionante è stato anche approcciarci al primo Sacro Monte che avremmo visitato durante questo viaggio.

Vedere come queste cappelle, una diversa dall’altra, che contenevano affreschi, ma soprattutto scene della vita di Maria ricostruite con statue in legno a grandezza naturale, fossero state costruite nei pascoli e gli stessi pastori avessero collaborato alla loro edificazione.

Il progetto poté contare anche sul supporto di Carlo Emanuele I Duca di Savoia, ma furono soprattutto le diverse comunità parrocchiali del biellese si fecero carico, nel tempo, dell’impresa. La costruzione delle cappelle si sviluppò lungo un arco temporale di più di un secolo senza, per altro, completare il progetto iniziale.

Le cappelle oggi presenti sono 19 di cui dodici, le più importanti, dedicate alla storia della Vergine. Esse sono poste ai lati di un cammino quasi rettilineo che sale, con dolce pendio, in una ampia radura erbosa; solo alla sommità gli alberi si fanno più fitti e si entra in un ambiente boschivo. Tutte le cappelle hanno i tetti coperti di lastre in pietra, nella tradizione delle baite alpine. Un simile ambiente, con marcate caratteristiche alpine, differenzia il Sacro Monte di Oropa dagli altri sacri monti piemontesi e lombardi.

Anche la cena nel ristorante all’interno del complesso di Oropa, la Croce Bianca, gestito dalla Famiglia Ramella, premiato più volte dall’Accademia della cucina italiana, è stata un’esperienza visiva per lo stile in cui è stato costruito, che per l’aspetto gustativo. La passeggiata notturna nel santuario, per raggiungere la celebrazione della veglia pasquale è stata poi affascinante. Anche dormire nelle camere con tutti i confort, ma con uno stile monastico, ha avuto il suo fascino.

Dopo il pranzo pasquale, abbiamo fatto una passeggiata nel Ricetto di Candelo uno dei borghi più belli di Italia, dove si sono girati film, fiction e documentari. Il ricetto è in genere una struttura fortificata protetta all’interno di un paese dove si accumulavano i beni (foraggi, vini, etc.) del signore locale o della popolazione e dove, occasionalmente, si ritirava la popolazione stessa in caso di attacchi dall’esterno. Quello di Candelo è uno degli esempi meglio conservati di questo tipo di struttura medievale, presente in diverse località del Piemonte  ed in alcune zone dell’Europa centrale.

Nel tardo pomeriggio abbiamo raggiunto l’Hotel Sacro Monte a Varallo, che ha una lunga tradizione e sorge all’ingresso all’inizio del percorso della visita delle Cappelle. E’ un antico locale storico, gestito da tre generazioni (più di 80 anni) dalla Famiglia Perrone, storici albergatori valsesiani, anche docenti presso l’Istituto Professionale Alberghiero di Varallo. Elisa, assieme ai figli Angela e Pietro, chef in cucina, porta avanti la tradizione dei Perrone con amore e gusto per le cose belle.

La mattina seguente abbiamo visitato con Elisa, la guida, il Sacro Monte di Varallo, che rappresenta l’esempio più antico e di maggior interesse artistico tra i Sacri Monti presenti nell’area alpina lombardo-piemontese. Si compone di una basilica, che costituisce la stazione finale di un percorso che si snoda tra vie e piazzette, e quarantaquattro cappelle affrescate e popolate da circa ottocento statue (terracotta policroma o legno) a grandezza naturale.

L’idea dell’edificazione di un Sacro Monte, posizionato su una parete rocciosa che domina l’abitato di Varallo, fu concepita nel1481 dal frate francescano Bernardo Caimi. Verso la metà del XV secolo aveva cominciato a diffondersi, in Occidente, un forte bisogno di riprodurre i luoghi della Terra santa, verso la quale il pellegrinaggio  stava diventando sempre più pericoloso a causa dei Turchi.

Alla base del progetto di Bernardino Caimi vi era, dunque, il desiderio di riprodurre, a beneficio dei fedeli, non più la sola Basilica della Resurrezione, ma tutti i luoghi più emblematici della Terra Santa: il luogo doveva rappresentare un’autentica alternativa al pellegrinaggio; di qui l’espressione Nuova Gerusalemme, successivamente impiegata per identificare il Sacro Monte di Varallo.

Dietro a queste rappresentazioni stava, inoltre, una forte intenzione pedagogica cara alla spiritualità francescana, attenta a promuovere l’immedesimazione dei fedeli con l’esempio dato dalla figura di Gesù: da qui il progetto di un percorso devozionale sulle tracce della memoria dei luoghi sacri al cattolicesimo, popolata con le scene del racconto evangelico.

A partire dai primi anni del XVI secolo il regista dell’impresa del Sacro Monte fu il pittore, scultore ed architetto valsesiano Gaudenzio Ferrari. Vi lavorò sino al 1528 come progettista di alcune cappelle, autore di numerose sculture (dapprima lignee, poi in terracotta) e di affreschi che, nelle cappelle, fanno da sfondo alle scene sacre.

E proprio nella passeggiata che nel pomeriggio abbiamo fatto nella cittadina di Varallo, che abbiamo potuto ammirare una delle sue opere più monumentali nel Santuario di Santa Maria delle Grazie, La Vita e la Passione di Cristo, con scene che occupano una superficie di 10,4 x 8 metri: venti riquadri di uguale grandezza illustrano, secondo un tradizionale schema geometrico pensato per assolvere alla funzione pedagogica di Biblia Pauperum, le vicende salienti del racconto evangelico, dalla Annunciazione alla Resurrezione di Cristo. Un’ulteriore scena, di dimensione quadrupla, posta al centro della parete, rappresenta l’acme drammatica del racconto e il punto di naturale convergenza dello sguardo dei fedeli: la Crocifissione di Cristo. Gli affreschi qui realizzati da Gaudenzio Ferrari costituiscono uno dei capolavori della pittura rinascimentale tra Piemonte  e Lombardia.

Continuando la nostra passeggiata a Varallo, abbiamo visitato la Collegiata di San Gaudenzio, dove abbiamo potuto ammirare un’ altra opera di Gaudenzio Ferrari, il polittico con sei tavole raffiguranti la Madonna col Bambino, Santa Caterina e San Giuseppe, San Pietro, San Gaudenzio, la Pietà, San Marco e San Giovanni Battista, con dei colori brillantissimi.

Altra tappa a Varallo l’abbiamo fatta al Museo Calderini, dove abbiamo potuto apprezzare molti manufatti e dipinti pregevoli dal medioevo all’età contemporanea, con la sorpresa di trovare anche quel famoso pittore del periodo barocco, Tazio da Varallo, che è diventato l’icona della mostra che si sta volgendo ora a Forlì proprio su questo importantissimo periodo storico.

La mattina dopo siamo partiti per Orta e l’isola di San Giulio, dove Vanessa, la guida, ci ha accolto vicino a Villa Crespi, ora famoso ristorante del famoso Chef Canavacciuolo. Ad Orta c’è un altro Sacro Monte, questa volta dedicato alla figura di San Francesco. Dalla terrazza di fronte alla chiesa del complesso si può ammirare il lago e la deliziosa isola di San Giulio, dove spicca il convento delle monache benedettine, l’abbazia Mater Ecclesiae, costruita sulle rovine di un antico castello, il Palazzo del Vescovado e la Basilica di San Giulio. L’isola è situata a circa 400 metri dalla riva, lunga 275 m. e larga 140, e con un perimetro di circa 650 m. Attualmente l’isola è abitata in maniera permanente solo da pochissime famiglie, oltre al monastero. Per il resto si tratta quasi tutte di seconde case, abitate per poche settimane all’anno.

Meravigliosa è stata sia la passeggiata ad Orta, in particolare la discesa dal Sacro Monte verso il centro, attraverso una delle più belle vie di Italia, perché nella parte superiore c’è la montagna e alla fine della via si vedono le sponde del lago; sia la visita di San Giulio, nella basilica, mirabilmente affrescata e nella passeggiata nella Via del Silenzio, con le frasi della abadessa Adele Canopi su dei cartelli lungo il percorso.

Durante il ritorno, ripercorrendo il viaggio, abbiamo apprezzato l’ottima organizzazione di Antonio De Marco, che ha pensato ai tempi migliori per visitare i vari siti con la luce giusta e con il minor afflusso di gente possibile, visto anche il periodo pasquale. Abbiamo avuto modo così di gustare appieno questa esperienza culturale, che ci ha deliziato anche per la presenza di Natalina Botter, che con la sua competenza artistica e culturale ha saputo impreziosire le varie visite con commenti arguti e competenti. Inoltre, nell’occasione del 7 aprile, anniversario del bombardamento di Treviso del 1944 per opera degli Alleati, ci ha raccontato la sua esperienza personale e quella della sua famiglia dei famosissimi restauratori, a cui tutta la città di Treviso deve essere grata, perché hanno salvato e restaurato moltissime opere d’arte che altrimenti noi oggi non vedremmo.

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