Quando il pregiudizio suona più forte della musica. Intervista a Giampiero Beltotto, Presidente della Fondazione Teatro Stabile del Veneto.
VENEZIA. La nomina del Maestro Beatrice Venezi a Direttore Musicale della Fondazione Teatro La Fenice, salutata ufficialmente come una scelta di prestigio e continuità artistica, ha però acceso un forte dibattito interno. Subito dopo l’annuncio, infatti, sono esplosi scioperi e contestazioni da parte delle maestranze e delle sigle sindacali, che hanno denunciato divergenze di metodo e di visione con la governance della Fondazione. A commentare la situazione è intervenuto anche Giampiero Bettotto, Presidente della Fondazione Teatro Stabile del Veneto ed ex direttore della Fenice.
Presidente Beltotto, cosa ne pensa della polemica che infiamma la nomina di Beatrice Venezi come direttore d’orchestra della Fenice?
Vorrei dire a tutti i soloni: non troppo zelo. Soprattutto, non troppo zelo. Il meccanismo lo spiega benissimo Michele Serra su Repubblica: non è l’orchestra che deve spiegare perché la Venezi non sarebbe adeguata, ma dovrebbe essere la Venezi che deve giustificarsi di non essere inadeguata. Un paradosso stalinista inaccettabile, con l’imputata in contumacia e un mondo pieno di pubblici ministeri senza laurea.
A Beatrice Venezi viene contestato un curriculum non all’altezza dei grandi direttori del passato. Ma ha solo 35 anni.
Mi chiedo: quando Muti è andato al Maggio Musicale Fiorentino a 27 anni, lo avrebbero contestato in questo modo perché non era ancora il “vero Muti”? Era allora un giovane direttore molto talentuoso, ma non ancora il Muti della Scala, il Muti degli anni che hanno fatto la musica nel mondo. Giudicare oggi sarebbe sbagliato: anche Muti ha dovuto crescere.
Forse perché è una donna giovane e bella?
A proposito della donna, mi viene in mente Andrée Ruth Shammah, anima del Pier Lombardo, sede storica del teatro milanese, che ho chiamato di recente per manifestarle tutta la mia solidarietà: viene attaccata perché è ebrea e donna. Penso che una componente del genere ci sia anche nel caso Venezi.
Qui si dovrebbe parlare di arte, musica.
Mi pare che nessuno stia parlando di arte. Questo è un processo politico. Quando si parla di nomina politica si parla di lottizzazione. Leggo di antichi lottizzati che alzano la mano sdegnosi: non è che la lottizzazione di oggi sia peggiore, il problema è come ti comporti sul podio.
Il maestro Venezi, a fine ottobre, dirigerà la Traviata al Colon di Buenos Aires. Allora chiediamo poi all’orchestra del Colon -che, che devo dire la verità, non è inferiore alla Fenice – come si è comportata. Se farà bene, tutti questi critici cosa faranno? Andranno a chiedere scusa?
Perché tanta opposizione senza darle la possibilità di mettersi alla prova?
Il sospetto è che non faccia parte del “circoletto” della cultura. Isotta lo spiega benissimo nei suoi libri: si parte da un artista, si passa per un politico, poi un giornalista, si transita per un direttore di quotidiano e infine anche a qualche sindacalista. E’un circolo meraviglioso! E’ una ruota, che Solzenicyn, avrebbe definito ”la ruota rossa”.
Diversi abbonati storici si dicono entusiasti di questa nomina.
Oggi ho letto che il teatro avrebbe perso 200 follower sui social. Domanda: se ne ha solo 2000 vuol dire che si lavora male. Se ne ha 200.000, quei 200 non fanno neanche giurisprudenza.
Un direttore giovane potrebbe attrare anche un pubblico giovane.
Esatto, e magari, vedendola, a qualcuno potrebbe venire voglia di diventare direttore d’orchestra.
Suggerisco un titolo importante: nel 1978, Federico Fellini profeticamente raccontava tutto questo nel film “Prova d’orchestra”.
Un direttore arriva, non piace all’orchestra, scoppia il caos. Finché una gigantesca palla distrugge la sala prove. Solo allora l’orchestra torna a fare ciò che deve: suonare. Speriamo bene.
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