Se nel 2018 le persone più ricche d’Italia avessero voluto incontrarsi, avrebbero potuto organizzare una cena. I 21 commensali avrebbero potuto contare su una ricchezza di circa 107 miliardi di euro, pari a quella del 20 per cento più povero della popolazione. Se gli italiani che vivono in una situazione di povertà assoluta avessero voluto fare lo stesso, l’operazione sarebbe stata un po’ più complicata. Le persone che non riescono a permettersi un’alimentazione adeguata, una casa riscaldata e il minimo necessario per vestirsi o curarsi sono cinque milioni. È come se gli abitanti di Roma, Milano e Napoli dovessero trovare una città in grado di ospitarli tutti, o se i residenti in Sicilia decidessero di spostarsi in massa verso un altro luogo.
“Duemila anni fa, nell’impero romano le maggiori fortune private equivalevano a circa 1,5 milioni di volte il reddito annuo pro capite medio, all’incirca lo stesso rapporto che intercorre oggi tra Bill Gates e l’americano medio,” scrive lo storico Walter Scheidel. La situazione è peggiorata negli ultimi dieci anni a causa della crisi economica cominciata nel 2008: la ricchezza dell’1 per cento degli italiani più ricchi ha continuato a crescere, mentre le persone in difficoltà sono aumentate. Negli ultimi anni sono aumentati anche i minori che vivono in situazioni di povertà.
Save the Children ha calcolato che il loro numero è triplicato: “Nel 2008 appena un minore su 25 (il 3,7 per cento) era in povertà assoluta, un decennio dopo si trova in questa condizione ben 1 su 8 (12,5 per cento)”. A chi pensa che questa situazione sia circoscritta, l’Oxfam ricorda che in Italia una persona su quattro è a rischio povertà. Il confine tra chi ce la fa e chi non ce la fa è molto più sottile di quanto si creda.
Come rimediare a una situazione che sembra fuori controllo? Semplice: il potere nella mani dei cittadini si chiama tasse, e non sempre questa parola dovrebbe farci storcere il naso. I padri della Costituzione italiana sembravano averlo capito, quando, nel 1948, disegnarono un sistema fiscale designato proprio a evitare questa realtà: il principio base, fissato dall’articolo 53 della legge fondamentale, era la progressività. Significa che i ricchi devono pagare più tasse dei poveri. E questa la strada maestra che il fisco dovrebbe seguire oggigiorno. In un’Italia uscita distrutta dalla Seconda guerra mondiale, la Costituzione aveva imposto a tutti i governanti un sistema progressivo: chi ha di più, deve versare di più. Il quadro previsto dai politici migliori della nostra storia, però, è diventato realtà con un quarto di secolo di ritardo, nel 1974. E da allora è stato modificato e distorto da più di 200 leggine. Al punto che oggi il professor Franco Gallo, ex presidente della Corte Costituzionale, parla di “un sistema fiscale incrostato, al collasso, che favorisce chi più ha e ormai non è più né generale né progressivo”.
La storica riforma del 1974 è quella che ha creato l’Irpef: un’unica imposta generale, cioè applicabile a tutte le persone, e fortemente progressiva, con tasse che salgono all’aumentare dei redditi. L’Irpef è tuttora basata su quel sistema a gradini, chiamati scaglioni: per i più poveri, niente tasse. Poi, per ogni fetta aggiuntiva di reddito, la percentuale di prelievo (l’aliquota) sale. La scala originaria aveva ben 32 gradini e per i più ricchi l’aliquota arrivava al 72 per cento. Rispetto alla precedente stratificazione disordinata di imposte statali e locali, il sistema originario era molto semplificato: la tassa è unica, conta solo il livello di reddito, con poche detrazioni e deduzioni (cioè tagli di imposte applicabili solo ad alcune categorie). Oggi l’Irpef continua ad essere la tassa più pagata dagli italiani, ma la sua struttura è stata stravolta. La differenza più vistosa è che in cima alla piramide, per i più ricchi, le imposte sono scese al 43 per cento. Mentre le aliquote si sono ridotte a cinque in tutto: per subire i livelli di tassazione più alti del mondo (dal 38 per cento in su) in Italia basta superare il gradino dei 28 mila euro lordi all’anno, tredicesima compresa. Il risultato è che la classe media è stritolata, e i più ricchi continuano a non contribuire in modo equo. Tranne l’Irpef, che nel 2016 ha portato nelle casse dello Stato 166 miliardi di euro, tutte le altre tasse sono regressive. Cioè non distinguono tra ricchi e poveri: si paga sempre la stessa percentuale. E senza regole generali: decine di categorie hanno ottenuto privilegi e sconti dai governi amici.
Il sistema fiscale italiano è diventato la giungla delle aliquote. Da sempre i meno tassati sono i redditi da capitale: rendite finanziarie, utili societari, guadagni di Borsa. L’aliquota più diffusa è del 26 per cento. Quindi il ricchissimo investitore che incassa dividendi milionari paga meno tasse della sua impiegata, che sopra uno stipendio di 2.153 euro al mese (lordi) deve sborsare il 27 per cento. Come se non bastasse, le tasse sui patrimoni, cioè sulla ricchezza totale anziché sui redditi annui, in Italia passano per un’idea comunista, anche se tra i fautori spicca Luigi Einaudi, che proponeva di tassare i capitali improduttivi e i latifondi agrari, per spingere i possidenti a creare imprese e lavoro. Dare a modello funzionante una pregiudicante etichetta non ci fornisce certo alcun favore, a meno che non abbiate qualche miliardo in banca. E dato che la favola del libero mercato che si auto-bilancia ha portato solo disuguaglianza, ed è tempo per compiti dei nostri politici riscriverla, in maniera progressiva e progressista. A loro volta, questi non possono che essere incitati dai cittadini.
N.B. Basato sugli articoli: “Cosa significa essere poveri oggi in Italia” di Giuseppe Rizzo e “Altro che flat tax: in Italia i ricchi già pagano meno tasse di tutti” di Paolo Biondani
Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui
