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I giuristi italiani e le leggi antiebraiche del 1938

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Una riflessione comune a ottant’anni dalla promulgazione

 
La presidente della commissione Cultura, Giorgia Pea, è intervenuta ieri pomeriggio a Palazzo Cavalli-Franchetti, sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, alla tavola rotonda “I giuristi italiani e le leggi antiebraiche del 1938. Una riflessione comune a ottant’anni dalla promulgazione”.
 
Il convegno, promosso dalla Commissione Diritti umani del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Venezia in collaborazione con la Commissione per la Storia dell’Avvocatura e la Commissione Diritti umani del Consiglio nazionale forense, è stato introdotto dal presidente dell’Ordine degli avvocati lagunari Paolo Maria Chersevani e moderato dall’avvocato Federico Cappelletti, coordinatore della commissione Diritti umani dell’Ordine. Si è concentrata l’attenzione sull’importanza del sistema giuridico come colonna del nostro vivere quotidiano, ricostruendo anche le ragioni per cui il Fascismo istituì le Leggi Razziali del 1938. Tra i momenti clou la lectio magistralis del presidente del Consiglio nazionale forense, avvocato Andrea Mascherin, e l’intervento del primo presidente della Corte suprema di Cassazione, Giovanni Canzio.
 
“Vi porto i saluti dell’Amministrazione comunale – ha dichiarato Giorgia Pea – perché è proprio grazie ad appuntamenti come questo che il Consiglio nazionale forense e l’Ordine degli avvocati possono esercitare al meglio il proprio compito che è, in primo luogo, quello di rinnovare e rinsaldare le ragioni su cui vive la nostra estesa e plurale comunità metropolitana. Un grazie particolare va al presidente della nostra Comunità ebraica, Paolo Gnignati, la quale tanto soffrì da quando, nel 1938, entrarono in vigore i provvedimenti odiosi e ignobili basati sulla discriminazione razziale”.
 
“Allora essi colpirono i cittadini di religione israelita – ha continuato Pea – impedendo loro i matrimoni misti e l’esercizio di particolari professioni, tra cui quella forense, fino a spingersi alla barbarie di richiedere il possesso di un attestato di non appartenenza alla razza ebraica, requisito che consentiva l’iscrizione dei bambini alle scuole pubbliche. È proprio su questo espetto su cui intendo concentrarmi: mai una decisione fu tanto orrenda e inumana volendo andare a colpire il libero accesso all’istruzione e, con esso, proprio il futuro dei giovani. Si comincia col negare il diritto all’istruzione e di lì a poco si arriva all’abominio del togliere la vita, attraverso l’Olocausto. Fu in seguito alla promulgazione di quelle leggi scellerate che l’organizzazione di una scuola ebraica diventò l’impegno culturale e finanziario più rilevante della Comunità di Venezia, dando vita a una sezione staccata dell’elementare di San Girolamo con gli stessi programmi dell’allora scuola statale, garantendo in tal modo l’istruzione negata dallo Stato a ventidue bambini dell’asilo e a ben cinquantasei nel primo ciclo scolare”.
 


 

“Un filo di speranza – ha rimarcato Pea – che la Comunità, con enormi sacrifici, volle garantire ai propri bambini e ai propri giovani per riaffermare i valori della vita rispetto ai venti di morte che percorrevano la nostra Città e l’intera Europa. La Comunità seppe profondere tutti i suoi sforzi proprio nel difendere la scuola, futuro di ogni società. Venezia, aperta e accogliente, ha espresso la propria vicinanza e solidarietà concreta ai concittadini ebrei, allora e in seguito. Anche quando, nel buio angoscioso del 1943 e del 1944, i migliori veneziani non ebbero timore di mettere a rischio la propria vita per salvare molti appartenenti alla comunità israelitica dalla deportazione”.
 
“Ogni anno, nel Giorno della Memoria – ha continuato la presidente della commissione Cultura -, Venezia fa sentire la sua concreta e sincera vicinanza agli ebrei, contribuendo com’è suo dovere a demandare la memoria diffusa nel nostro tessuto cittadino di una comunità che molto ha contribuito alla vita culturale ed economica della città. Una sensibilità riconosciuta a Venezia anche dal recente ‘Viaggio della Costituzione’, la cui mostra itinerante che celebra il settantesimo anniversario della Carta è stata ospitata di recente nel polo dell’innovazione culturale e tecnologica M9 di Mestre. Riconoscendo quanto da Venezia è stato fatto in tema di dialogo religioso, di apertura per cristiani, ebrei, musulmani, armeni, è stato riservato alla Città proprio l’articolo 8 della Costituzione sulle confessioni religiose ‘ugualmente libere davanti alla legge’. A questo proposito, mi sembra utile ricordare come Simon Luzzatto, un rabbino vissuto a Venezia nel XVII secolo, di fronte al pericolo che il permesso di risiedere in Ghetto non gli venisse rinnovato dalla Serenissima, scrisse un libro per dimostrare quanto questa minaccia fosse stupida e come andasse contro gli interessi concreti della Città e come sia sempre controproducente, allora come ai tempi della dittatura fascista o ai giorni nostri, introdurre limitazioni di qualsiasi genere in campo economico e lavorativo, privandosi dell’apporto che proviene da una parte ordinata, laboriosa e rispettosa delle norme del vivere in comune”.
 
“Chiudo – ha concluso Pea – ribadendo come alla radice della discriminazione di cui il nostro mondo è stato capace in passato, e di cui spesso ancora si rende colpevole, ci sia l’ignoranza. Quest’ultima è fonte di chiusura verso gli altri e fabbrica di ingiustificate paure. Solo la conoscenza è la precondizione per raggiungere quelle giuste valutazioni e quei corretti giudizi della realtà che ci possono mettere al riparo dal rischio di rivivere quanto i nostri padri furono costretti a subire a causa della follia umana”.
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