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I dazi di Trump e il timore di un nuovo ordine mondiale

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Era stato uno dei cavalli di battaglia dell’aggressiva campagna elettorale che lo ha portato, contro ogni pronostico, ad occupare la Casa Bianca, e Donald Trump non ha voluto venire meno alla sua parola.
 
Aveva promesso di “fare nuovamente grande l’America”, e uno dei mezzi attraverso i quali perseguire questo risultato sarebbe stato quello di stimolare la produzione industriale nazionale, magari anche passando per nuove forme di protezionismo. Detto, fatto. Non appena le condizioni sono apparse mature, il presidente ha varato una serie di dazi nei confronti delle merci cinesi, che negli anni hanno letteralmente invaso il mercato interno americano. Tutto bene, quindi? Non esattamente.
 
La guerra commerciale intrapresa da Trump per ora non ha prodotto né vincitori né vinti, ma se c’è qualcuno che non sorride, questi è proprio il presidente USA, al di là dei tweet con cui riempie la sua retorica. Nonostante le contrazioni verificatesi nei primi mesi del 2019, l’economia cinese rimane solida, solidissima. Al modesto rallentamento del settore manifatturiero, la Banca del popolo cinese ha risposto abbassando la quota di riserve fisse delle banche, al fine di incentivare una maggiore circolazione monetaria (tenendo comunque conto del fatto che la Cina registra tassi di risparmio che Europa e Usa non hanno mai visto nella loro storia). Il governo, inoltre, ha pensato ad una serie di sgravi fiscali per le famiglie. L’obiettivo palese è quello di puntare forte sul mercato interno, a fronte di una contrazione (globale) delle esportazioni.
 
In tutto questo, naturalmente, si inserisce la guerra commerciale iniziata dagli Usa che, come detto, non ha però scalfito più di tanto le certezze cinesi. Anzi, numeri alla mano, a perderci di più per ora sono stati gli Usa. Infatti, benché i danni prodotti dai dazi americani siano ben più elevati di quelli con i quali ha risposto Pechino (63 miliardi contro poco meno di 24 miliardi), va considerata la svalutazione dello Yuan rispetto al Dollaro, che ha reso molto più competitive le merci cinesi per gli acquirenti americane, per un valore complessivo che ammonta a circa 51 miliardi. Calcoli che Trump, da maestro del negoziato quale è, non avrà certo sottovalutato.
 
Per comprendere la posta in gioco, però, occorre allargare l’orizzonte sul fronte della prospettiva strategica di Pechino. In questo contesto, dunque, va letta la Belt and Road Iniziative, che ha visto nel mercato italiano uno dei potenziali sbocchi dell’immediato futuro. La Cina vuole continuare a ricoprire il ruolo di fabbrica del mondo, e per far questo prepara il terreno per nuove vie della seta che prescindano dall’egemonia americana ed anzi la mettano fortemente in discussione. Una strategia raffinata, che ha già portato frutti importanti in Africa, ma che certamente non vedrà gli Usa tra gli spettatori non paganti.
 
Se il neo-isolazionismo di Trump fin qui è stato più retorico che altro, è perché l’industria americana si è resa ben presto conto che questa parole d’ordine non avrebbe portato benefici sul lungo periodo. La risposta del presidente americano alle mire cinesi non è andata oltre i tentativi di serrare il proprio blocco occidentale rispetto all’avanzata delle merci asiatiche, nell’evidente impossibilità di far sì che ciò possa effettivamente verificarsi a lungo. Ecco che si palesano dunque gli oscuri presagi di un ordine mondiale che, dopo la sbornia susseguente al 1991, pare riportare il mondo a reggersi su due gambe.

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