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Hormuz, l’arma dell’Iran rischia di ritorcersi contro Teheran

5 minuti di lettura

Lo stretto resta una delle principali leve geopolitiche di Teheran, ma i Paesi del Golfo stanno accelerando la costruzione di rotte alternative. E in Iran cresce il timore che il tempo possa giocare contro il Paese

IRAN. Per l’Iran lo stretto di Hormuz è molto più di una rotta commerciale. È una leva politica, economica e militare, uno degli strumenti attraverso i quali Teheran può esercitare pressione sugli avversari e ricordare al mondo quanto sia strategica la propria posizione geografica.

Ma proprio questa arma rischia oggi di trasformarsi in un problema.

La guerra e le tensioni attorno allo stretto stanno infatti spingendo i Paesi del Golfo a cercare alternative. Pipeline, rotte marittime differenti e nuovi punti di trasferimento del greggio stanno prendendo forma con un obiettivo preciso: fare in modo che una futura chiusura o una forte limitazione del traffico a Hormuz non possa più paralizzare le esportazioni energetiche della regione.

È un cambiamento che potrebbe avere conseguenze profonde sulla strategia iraniana.

Il timore che Hormuz perda il suo peso

Il ragionamento che sta prendendo piede a Teheran è semplice quanto scomodo: se ogni crisi porta l’Iran a minacciare la chiusura dello stretto, gli altri Stati avranno sempre più interesse a trovare il modo di aggirarlo.

Una leva di pressione funziona finché gli altri non riescono a neutralizzarla. E oggi, per la prima volta, sembra essere in corso proprio questo processo.

Secondo alcune analisi economiche iraniane, i nuovi progetti infrastrutturali avviati dai Paesi del Golfo potrebbero ridurre sensibilmente nel giro di pochi anni il peso strategico di Hormuz. Non significa che lo stretto smetterà di essere importante. Significa, piuttosto, che potrebbe diventare meno decisivo di quanto lo sia stato finora.

Prima della guerra, da Hormuz passava circa un quinto dei flussi mondiali di petrolio e prodotti petroliferi. Una concentrazione enorme di traffici in un passaggio marittimo relativamente ristretto, che ha trasformato lo stretto in uno dei punti più delicati dell’economia globale.

Ora quella vulnerabilità sta diventando uno stimolo a cambiare sistema.

Le voci che arrivano da Teheran

A rendere il quadro ancora più interessante sono alcune dichiarazioni arrivate negli ultimi tempi direttamente dall’establishment iraniano.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha riconosciuto pubblicamente che la guerra non può continuare indefinitamente e che sarebbe preferibile arrivare a una conclusione mentre l’Iran ritiene ancora di poter trattare da una posizione relativamente favorevole.

Un messaggio simile è arrivato dal presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha messo in relazione sicurezza nazionale e condizioni economiche. In sostanza: anche una grande capacità militare perde valore se l’economia non riesce più a sostenere il Paese e la popolazione comincia a soffrire.

Non sono soltanto dichiarazioni politiche.

Il Governatore della Banca centrale iraniana, Abdolnaser Hemmati, ha parlato apertamente della pressione esercitata contemporaneamente dalle sanzioni, dal blocco delle esportazioni petrolifere e dagli squilibri di bilancio.

Dietro queste parole c’è una preoccupazione concreta: quanto a lungo può reggere l’economia iraniana se la guerra prosegue e le sanzioni diventano ancora più pesanti?

La domanda che cambia la strategia

Ed è qui che entra in gioco Hormuz. Finora la domanda sembrava essere: l’Iran è davvero in grado di bloccare lo stretto?

Oggi la questione è diversa: che cosa succede all’Iran se il resto del mondo smette progressivamente di dipendere dallo stretto?

È una differenza sostanziale. Perché una minaccia ripetuta molte volte può perdere efficacia. E può addirittura produrre un effetto contrario a quello desiderato: spingere gli altri attori a investire proprio per ridurre il potere di chi quella minaccia esercita.

È quello che sta accadendo nel Golfo. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrain stanno lavorando, con tempi e modalità differenti, a infrastrutture che consentano di spostare parte delle esportazioni verso altri sbocchi.

L’Oman, in particolare, potrebbe assumere un ruolo sempre più importante come punto di passaggio e trasferimento del petrolio verso il Golfo di Oman.

Un nuovo equilibrio energetico

Le conseguenze potrebbero essere notevoli.

Le stime citate in un’analisi di Hamid Paktinat indicano una possibile drastica riduzione della dipendenza da Hormuz. Per l’Arabia Saudita, ad esempio, si ipotizza un calo dal 70% a circa il 15%; per gli Emirati Arabi Uniti dal 50% al 15%. Anche Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrain potrebbero ridurre sensibilmente la propria esposizione.

Sono numeri che, se confermati dalla realizzazione dei progetti previsti, cambierebbero la geografia energetica del Golfo.

Hormuz continuerebbe a esistere e continuerebbe a essere una rotta fondamentale. Ma non sarebbe più l’unica porta attraverso cui far passare una parte così consistente dell’energia mondiale.

E per Teheran questo sarebbe un problema strategico di prima grandezza.

Il traffico è già diminuito

Nel frattempo, il traffico nello stretto risulta fortemente ridotto rispetto ai livelli precedenti al conflitto.

I dati sul numero di navi e sui volumi effettivamente transitati sono oggetto di valutazioni differenti, anche perché alcune imbarcazioni hanno modificato le proprie rotte o disattivato i sistemi di identificazione.

Gli Stati Uniti sostengono di avere contribuito a mantenere attivi alcuni corridoi attraverso operazioni di scorta e trasferimento del petrolio verso il Golfo di Oman. Washington ha anche rivendicato un ruolo significativo nella riapertura dei flussi.

Ma l’Organizzazione marittima internazionale ha invitato alla cautela, sottolineando come il numero di navi che attraversano effettivamente Hormuz rimanga molto basso. In altre parole, lo stretto non è tornato alla normalità.

Trump punta sulla pressione economica

Parallelamente, l’amministrazione Trump prepara un nuovo giro di vite contro l’economia iraniana.

Nel mirino ci sono settori considerati essenziali per aggirare le sanzioni e mantenere in movimento il sistema economico: commercio dell’oro, criptovalute, tecnologia, trasporti marittimi e aviazione.

L’obiettivo è aumentare il costo economico della guerra e ridurre progressivamente la capacità di Teheran di finanziare la propria strategia. È una strada già percorsa dagli Stati Uniti durante il primo mandato di Donald Trump, senza però riuscire a provocare il collasso dell’Iran.

Questa volta, tuttavia, alla pressione economica si aggiunge un elemento nuovo: la trasformazione delle infrastrutture energetiche del Golfo.

Se gli Stati Uniti riuscissero contemporaneamente a indebolire l’economia iraniana e i Paesi del Golfo riuscissero a ridurre la propria dipendenza da Hormuz, Teheran perderebbe una parte importante della propria capacità di pressione.

La corsa contro il tempo

È questo, in definitiva, il vero paradosso dello stretto.

L’Iran può ancora utilizzare Hormuz come una formidabile leva geopolitica. Ma ogni volta che la utilizza rischia di convincere gli altri Paesi a investire ancora di più per renderla meno efficace. Da qui nasce una possibile scelta strategica per Teheran: continuare a puntare sulla capacità di bloccare Hormuz oppure cercare di trasformare lo stretto da arma di ricatto a strumento di influenza.

La seconda strada sarebbe molto più complessa. Vorrebbe dire rendere Hormuz stabile e sicuro, così da fare dell’Iran non il Paese che può chiudere la porta, ma quello che ha interesse – e capacità – a mantenerla aperta.

Per ora è soprattutto un’ipotesi. Ma il problema per Teheran è che le alternative stanno già prendendo forma.

E se nei prossimi anni una parte consistente del petrolio del Golfo potrà viaggiare senza passare da Hormuz, lo stretto continuerà a essere una delle rotte più importanti del mondo, ma potrebbe non essere più l’arma strategica che l’Iran pensa di avere oggi.

La vera partita, quindi, non si gioca soltanto sul controllo di uno stretto. Si gioca sulla capacità di controllare ciò che passa attraverso di esso. E, soprattutto, sulla possibilità che domani il mondo abbia meno bisogno di farlo.

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