È una canzone rock degli anni Settanta composta e cantata da Bill Fay. Un cantante oggi poco noto ma anche a quel tempo non ebbe molta fortuna anche se le sue canzoni furono riprese da diversi cantanti. Visse accontentandosi di fare lavori saltuari e poco redditizi. Morì povero.
Ma healing on the way e’ molto bella e profonda. Potremmo tradurre il titolo come la via per la guarigione oppure la guarigione sta arrivando ed è vicina. A me piace tradurre questo titolo come guarire sta nel viaggio.
E’ il cammino che abbiamo fatto e che ancora ci resta da fare. Guarire non è l’arrivo, non è la guarigione clinica o il ritorno alla perfezione. Guarire è il movimento stesso. È l’atto di andare avanti verso l’ignoto, anche quando l’ignoto ci spaventa. Guarire vuol dire andare comunque avanti.
Questa riflessione non è astratta. Ha il volto pallido di un bambino di nove anni di nome Eugenio. Ricordo un pomeriggio di prima estate, l’aria calda che entrava in una stanza d’ospedale dove una decina di noi, compagni di scuola tra i sette e i nove anni, eravamo andati a trovarlo.
Eugenio e Maurizio erano due miei compagni della scuola elementare. Due fratelli: Eugenio il maggiore aveva 9 anni, Maurizio due anni di meno. Eugenio si ammalò di un brutto male allora incurabile e fu ricoverato in Ospedale. Con altri compagni andammo a trovarlo.
Eppure, in quel perimetro di dolore segnato da una mascherina di ossigeno e labbra screpolate, accadde il miracolo che Bill Fay avrebbe cantato anni dopo. Eravamo insieme. Parlavamo, sorridevamo, eravamo “pieni di speranza” nonostante l’evidenza della fine.
In quel momento, Eugenio non era un malato terminale: era un compagno nel mezzo del suo viaggio. La sua “guarigione” non fu la sopravvivenza del corpo, ma la dignità di un cammino percorso con amore fino all’ultimo centimetro.
Gli restavano solo pochi giorni di vita. Eravamo un decina di bambini tra i sette e i nove anni di età. Eugenio era disteso a letto con la mascherina di ossigeno, Era pallido e respirava a fatica. Le labbra screpolate, sorrideva ed era contento di vederci.
Sapeva di morire e noi sapevamo che sarebbe morto. Ma eravamo tutti insieme a parlare e sorridere pieni di speranza. Questa è la morte.
Oggi, guardando indietro a quella lunga vita che a me è stata concessa e a lui negata, resta un senso di reverenza. Pensiamo spesso che la morte sia l’interruzione del viaggio, ma forse è solo il punto in cui la strada cambia natura.
Eugenio aveva appena 9 anni. Ho conservato il ricordo di quel pomeriggio di prima estate e, ogni tanto, ci penso ancora. Penso alla fortuna che ho avuto di vivere una lunga vita a differenza di Eugenio che sarebbe stato molto migliore di me.
Per Eugenio è solo per lui deve esserci il Paradiso dove potrà ancora giocare, diventare adulto e maturo, invecchiare con amore e sapienza.
Noi che restiamo, che camminiamo ancora su questa terra, abbiamo un compito: lasciare una traccia. Non deve necessariamente essere una scia di successi o di vittorie. Se la strada che percorriamo ogni giorno non ci porterà alla guarigione fisica, ci porterà comunque alla libertà.
Accettare che il senso sia nel viaggio, e non nella meta, ci libera dall’ansia del risultato. Bill Fay è morto povero, ma la sua musica è un tesoro.
Eugenio è morto a nove anni, ma il suo sorriso in quel pomeriggio d’estate continua a insegnare a me, oggi vecchio, come si sta al mondo.
La traccia che lascio sul mio cammino se non porta a guarire mi porterà comunque ad essere libero. Sì. La guarigione è vicina. Non perché la malattia scompaia, ma perché abbiamo finalmente capito che ogni passo fatto con consapevolezza e amore è, di per sé, il ritorno a casa.
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