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Hamas ricorre alla tortura per reprimere il dissenso nella Striscia di Gaza

Cresce il dissenso tra la popolazione civile nella Striscia di Gaza, ma la risposta di Hamas è brutale

GAZA. Nella Striscia di Gaza emerge una realtà spesso trascurata: una resistenza interna alla tirannia del gruppo islamista, che non esita a usare la tortura e l’intimidazione contro la propria popolazione per mantenere il potere.

Ahmed al-Masri, un giovane attivista ventiseienne, è diventato il simbolo di questa lotta. Nel nord di Gaza, ad aprile e maggio, ha guidato le proteste che hanno messo in discussione il monopolio del terrore di Hamas. Il suo gesto, immortale in un video che lo ritrae con uno striscione recante la scritta «Hamas non ci rappresenta», è un grido di sfida che ha pagato a caro prezzo. Secondo fonti locali, Al-Masri è stato rapito da uomini armati di Hamas, brutalmente torturato: i suoi piedi sono stati fracassati con pietre e piedi di porco, una ferocia inaudita che parla di un regime sempre più disperato nel mantenere il controllo.

Questa escalation di violenze interne è la risposta di Hamas alla crescente pressione esercitata dalla campagna di logoramento israeliana, che sta colpendo duramente le sue capacità militari ed economiche. In questo contesto, il gruppo terrorista intensifica la repressione contro chi osa dissentire, attraverso arresti sommari, torture e perfino esecuzioni pubbliche.

Khaled Abu Toameh, esperto di questioni palestinesi, commenta: «Dopo le proteste, Hamas ha risposto con arresti e giustizie sommarie per terrorizzare la popolazione. Sembra stia funzionando, visto che le manifestazioni si sono fermate». La repressione si traduce in azioni spietate: persone fermate mentre aspettano gli aiuti, torturate in scantinati, uccise in pieno giorno. Un video diffuso dagli account social legati a Hamas mostra uomini mascherati che spezzano con una sbarra di ferro le rotule di un uomo bendato, le sue urla sono una testimonianza straziante della brutalità in atto.

Molti di questi atti di violenza sono compiuti in nome della cosiddetta “unità Sahm” (freccia), un’organizzazione interna usata come braccio armato per reprimere il dissenso. Spesso le vittime che riescono a raggiungere gli ospedali vengono braccate e uccise all’interno delle strutture stesse.

Nel caso di Al-Masri, la tortura è avvenuta vicino all’ospedale Al-Shifa, dove è stato interrogato e minacciato di non parlare con la stampa. Fonti anonime raccontano di scene raccapriccianti: spari a due persone davanti a lui, poi il pestaggio brutale e l’esposizione al sole cocente per un’ora. Addirittura, dopo avergli frantumato i piedi, gli è stata concessa un’ambulanza solo per essere picchiato di nuovo durante il trasporto. Altri feriti sono stati lasciati a contorcersi all’esterno degli ospedali, mentre uomini armati di Hamas impedivano loro l’ingresso, negando così le cure.

La condizione di Al-Masri rimane critica, e amici e attivisti lanciano appelli disperati affinché possa uscire da Gaza per ricevere cure adeguate e sottrarsi alle minacce di Hamas. «Sta malissimo», raccontano, «ma molti hanno paura di parlare, temono di essere i prossimi».

Approfittando dell’attenzione del mondo rivolta altrove, soprattutto sul conflitto tra Israele e Iran, Hamas ha intensificato la propria campagna di terrore, facendo circolare sui social media arabi video espliciti di violenze che, però, restano pressoché invisibili all’Occidente. Come osserva Howidy Hamza, queste vittime sono «uccise due volte»: prima da Hamas e poi dall’indifferenza o dall’idealizzazione che molti sostenitori occidentali della causa palestinese nutrono nei confronti del gruppo terrorista.

L’accusa di «collaborazione con Israele» rimane la più temuta e usata come pretesto per l’eliminazione di oppositori interni, spesso con esecuzioni sommarie. Mohammed Abu Saeed, un altro leader delle proteste, è stato colpito ripetutamente ai piedi fino all’amputazione, e durante il suo funerale uomini armati di Hamas hanno sparato sul corteo, uccidendo alcuni familiari.

Parallelamente alla violenza fisica, Hamas porta avanti una campagna diffamatoria per isolare e intimidire i dissidenti. Nel contesto di Gaza, accusare qualcuno di «collaborazione con l’occupante» è il marchio di condanna più feroce, che può condurre a una condanna a morte.

L’introduzione di un nuovo sistema di distribuzione degli aiuti, coordinato da Israele e Stati Uniti e gestito dalla Fondazione umanitaria di Gaza (GHF), ha ulteriormente complicato la situazione. Hamas, che in passato intercettava e rivendeva gli aiuti, ha reagito con violenza e intimidazioni verso chiunque fosse coinvolto in questa rete, ritenendola una minaccia diretta al proprio potere.

L’11 giugno un attacco armato contro un autobus di lavoratori palestinesi diretti a uno degli hub della GHF ha causato otto morti. Dopo il trasporto all’ospedale Nasser, le vittime sono state aggredite nuovamente da uomini armati, che hanno impedito i soccorsi e costretto la folla a colpirli con bastoni e pietre. Si ipotizza che Hamas abbia colpito questi lavoratori per sospetti legami con milizie ostili, segno che il potere delle famiglie armate rivali, favorite da Israele nel sud di Gaza, sta crescendo a discapito dell’egemonia di Hamas.

Nonostante la crescente opposizione interna e la pressione esterna, Hamas rimane il gruppo più potente della Striscia. L’idea che i civili di Gaza possano semplicemente liberarsi di questo regime con un colpo di mano si è rivelata una semplificazione crudele e lontana dalla realtà, soprattutto alla luce delle centinaia di morti delle ultime settimane.

In questo scenario di conflitto e oppressione, la popolazione di Gaza resta intrappolata in una morsa tra il conflitto militare israeliano e la tirannia interna di Hamas, che sfrutta la sofferenza collettiva per rafforzare la propria causa politica.

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