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Giustizia: la Fraternità per riabilitare, riparare e reinserire

La Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice riflette ancora su una tematica di estrema attualità.

TREVISO. Il primo incontro del 2026 della FCAPP organizzato dal gruppo di Venezia e Treviso si è svolto il 6 febbraio presso la Sala Ca’ Brittoni – Fondazione Cassamarca a Treviso.

La tematica, assolutamente d’attualità, è stata introdotta dalla referente di Venezia Paola Zuliani, ripercorrendo le tre parole chiave del titolo.
L’architrave per una giustizia nuova sono senz’altro la riabilitazione che restituisce dignità e integrità alla persona che ha sbagliato; la riparazione, perché il reato ha creato una ferita aperta sia nella vittima che nella società. Ed infine il reinserimento affinché nessuno sia destinato a restare un “rifiuto sociale”, ma possa tornare a essere persona dopo aver espiato la pena umanamente.

Nel corso dell’incontro poi si è posta la questione del fondamento della pena che non può esaurirsi nella semplice punizione, ma deve interrogarsi sul perché e sul come lo Stato eserciti il potere della giustizia.
Necessaria è stata la riflessione sulla rieducazione in un sistema dove la recidiva al 62% denuncia il fallimento dei soli codici illuministi. In questo cammino il pensiero è andato al giudice Rosario Livatino, che sosteneva che la giustizia è un atto di amore e di verità che pone il magistrato sotto lo sguardo di Dio e al servizio dell’uomo.

Infine si è proposto un focus sulla giustizia riparativa: dalla vendetta alla riparazione, affrontando il dolore della vittima e la responsabilità del colpevole anziché delegare tutto al carcere. Questo modello, radicato in principi biblici e nella mediazione, non annulla la pena, ma la umanizza trasformandola in un percorso di verità per non produrre vincitori e vinti, ma ricucire il tessuto sociale e prevenire la recidiva.

Il primo intervento è stato a cura di Mons. Fusco, già assistente nazionale del FCAPP, che si è confrontato per quel che riguarda questo tema di attualità con il Codice del Diritto Canonico, in particolare negli articoli 1336, 1337 e 1338, in cui il diritto penale della Chiesa desidera assicurare la giustizia, correggendo il reo nel suo cammino.

Inoltre ha citato Pio IX che già nell’800 aveva individuato la necessità di separare i carcerati minorenni da quelli più adulti, creando di fatto l’idea del riformatorio, che rieducava attraverso l’istruzione, anche religiosa e inseriva il lavoro nel percorso rieducativo.

L’intervento di Padre Occhetta, Segretario Generale della Fondazione Fratelli Tutti e docente della Pontificia Università Gregoriana, ha riportato l’attenzione sul capitolo VII dell’Enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco in cui ci si chiede di capovolgere la nostra idea di giustizia: sostituire l’idea della bilancia a quella dell’ago e del filo, che ricuce le ferite inferte alle vittime e alla società. Perché sostanzialmente la giustizia ha che fare con le nostre relazioni.

Padre Occhetta ha evidenziato che all’art. 27 della Costituzione invece manca il tema della riparazione, quello di sanare il dolore delle vittime, anche con l’incontro con chi ha compiuto il reato.
Il carcere infatti non può essere considerato come una discarica sociale come lo definisce Bauman e il fatto stesso che le case penali siano lontano dai centri sociali, ne indica il tentativo della rimozione collettiva. Si chiede oggi invece con questa riforma una responsabilità alla società nel creare l’incontro tra le vittime e il reo e di responsabilizzare quest’ultimo.

Poi Padre Occhetta ha portato alcuni dati alla nostra attenzione: oggi in Italia vi sono circa 53000 detenuti, di cui, come abbiamo già detto il 62% ha la recidiva; 73000 svolgono pene alternative.
Inoltre nella popolazione carceraria il 45% è straniero e l’1% laureato. Ogni detenuto costa allo stato 160 euro al giorno, ma solo uno è investito per la rieducazione. Le cifre parlano da sé.

Ciò ha rilevato come l’universo carcere sia una spia del livello sociale e politico di una società e che tralasciare queste tematiche rischia di far esplodere qualcosa di latente. Noi davanti alla riparazione dobbiamo fare una scelta culturale: dobbiamo prediligere la riconciliazione alla vendetta. E questo deve divenire prima un aspetto culturale che politico.

Un altro aspetto che Padre Occhetta ha sottolineato è che la verità processuale spesso non corrisponde a quella reale.
Ha fatto poi un richiamo alla Bibbia, alla storia di Caino e Abele, in cui il fratello fratricida non è distrutto da Dio, ma lo sottopone ad un lungo cammino di espiazione. E qui arriviamo ad una domanda dirimente: può un detenuto capire il male che ha inferto agli altri?

E’ stato poi il momento del Magistrato Domenico Airoma, Vice -presidente del Centro Studi Rosario Livatino e procuratore di Napoli Nord.
La prima domanda che ha posto è stata: perché punire? Lo scopo sarebbe quello di far comprendere a chi ha commesso un reato i danni che ha prodotto alla società e a se stesso, perché il dolore delle vittime non si compensa solo con un risarcimento economico. La questione non è solo teorica, ma è il modo in cui concepiamo il punire.

La seconda domanda che ha posto riguarda chi puniamo.
La persona va giudicata per quello che è o per il suo comportamento?
E qui abbiamo la distinzione per quel che riguarda la giustizia nei regimi totalitari e in quelli liberal democratici.
La terza domanda riguarda il come punire. Bisogna sottolineare come si arriva alla sanzione dopo aver processato. Purtroppo spesso gli esiti di un processo che si svolge nelle aule arriva con tempi dilatati e spesso è preceduto da un processo mediatico, che sovente non perdona.

L’intervento di Luciana Traetta, direttrice della Casa Circondariale ‘Filippo Del Papa’ di Vicenza, nominata a soli 28 anni e divenuta la più giovane direttrice penitenziaria in Italia ha rilevato come il carcere sia la parte finale di un iter importante e complesso.
Per il suo compito non vi sono molti strumenti e nel carcere arriva molta marginalità che si sottopone ad una rieducazione obbligata solo per poter riacquistare la libertà.
All’interno del carcere di Vicenza vi sono varie tipologie di detenuti, ma ultimamente vi è stato un cambiamento sostanziale nella composizione della popolazione carceraria: la maggior parte sono giovani e stranieri e l’età media si è abbassata tantissimo.

Per quel riguarda le funzioni del carcere, questo non rieduca come dovrebbe; non retribuisce, ma custodisce.
Ma al momento dell’uscita del ex carcerato dalla casa circondariale, noi siamo pronti ad accoglierlo? No, perché il carcere è ancora ai margini della società e il lavoro di rieducazione che viene fatto dentro non si vede.

Vi è però un baluardo di speranza.
Vi sono tanti operatori carcerari e volontari che vivono in questo mondo parallelo.
E’ necessario perciò aprire le porte del carcere, anziché chiuderle, nonostante le esigenze di sicurezza.
Le scuole in particolare devo avere contatti con il carcere, con attenzione e sensibilizzazione rispetto al problema carcerario, anche per indurre un fenomeno di deterrenza al crimine.
Dobbiamo perciò anche in questo modo includere il carcere nella società.

L’incontro si è concluso con una serie di domande e considerazioni interessanti del pubblico. Tra queste è da citare è quella del Presidente dell’ordine degli Avvocati di Treviso, Diego Casonato.

Ancora una volta quindi la Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice ha saputo cogliere un aspetto importante della società in cui viviamo, sviscerane le problematiche con degli esperti di alta caratura e dare un contributo alla riflessione collettiva che è necessaria alla nostra società per migliorarla e renderla più vivibile.

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