In quel capolavoro che, a mio giudizio, è il film The Passion of the Christ, di Mel Gibson, nella scena del Getsemani, c’è una sequenza che colpisce nel profondo. Nel momento del tradimento, Gesù riceve da Giuda un bacio (Mt 26,49: “lo bacio” ), un bacio che lo colpisce fortemente come appunto dice allo stesso Giuda: “Con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo” (Lc 22,48). Proprio in questo momento, nell’atto stesso del bacio, Gesù chiama Giuda “amico” (Mt 26,50), sussurra amico proprio a colui che lo sta tradendo. Ecco, proprio in questo istante, in quel film la cinepresa si sposta e incrocia lo sguardo di Giovanni, come a dire: ecco l’amico vero, l’amico vero è lui, il discepolo che Gesù amava!
Accanto a Giuda c’è Giovanni. Non perfetto, ma presente. Non forte, ma fedele. È l’amico che resta, che segue, che non smette di guardare Gesù con amore fin sotto alla Croce! Ecco il contrasto nel contempo drammatico e magnifico: il contrasto si gioca sull’amore!
E noi? Noi, da che parte stiamo? Certo, è troppo facile dire da che parte stiamo: ma è evidente che stiamo dalla parte di Giovanni, mancherebbe altro. Però forse possiamo spingerci un poco più in là e pensare che questo confronto, pur nel contrasto che presenta, nasconda anche la comprensione di Gesù. È evidente il suo atteggiamento così dolce, così attento, così delicato nei confronti di Giuda: durante l’Ultima Cena spezza per lui il boccone della fraternità e glielo dona, non lo svergogna in faccia a nessuno, lo lascia fare, e poi nel Getsemani accetta il suo bacio, lo sente nel profondo, e lo chiama amico! La comprensione si traduce concretamente nel gettargli un’ancora di salvezza, un salvagente cui aggrapparsi, quasi a ricordargli: “Tu puoi ancora essere come Giovanni, che stai vedendo vivere questa esperienza unica di amore e di amicizia con me”.
È, ancora una volta, un’interpretazione forte, certamente, ma il Vangelo è nel medesimo tempo dolce e forte, ha tinte forti e non può che essere letto e interpretato in modo chiaro e forte. Allora, se sta questa interpretazione, significa che anche noi possiamo non temere, e possiamo capire che la nostra vita, anche se qualche volta scivola nell’incapacità, nella debolezza, anche nel tradimento, ha pur sempre un’ancora cui aggrapparsi, ha pur sempre una speranza, e può sempre guardare a questo ideale sublime e affascinante di Giovanni per cercare di imitarlo, per cercare di raggiungerlo. Di raggiungerlo, certo secondo le nostre forze e nel limite delle nostre possibilità, ma di raggiungerlo per essere anche noi l’amico vero, il discepolo che Gesù amava e che amava Gesù.
È troppo facile dire: “Sto dalla parte di Giovanni”. Ma mentre lo affermo, vedo dentro di me anche quella parte di Giuda che c’è. E forse che non c’è? Per carità, io mi auguro che qualcuno possa dire: “No, non c’è”. lo personalmente debbo reconocer la parte di Giuda che c’è in me! Però sono affascinato da Giovanni, e proprio perché contemplo questo contrasto così grande e così unico, sento con certezza che il Signore mi guarda, che il Signore incrocia il mio sguardo, e mi sussurra in verità la parola dolcissima: “Amico”. Sicuramente Gesù non ha chiamato Giuda “amico” così, per modo di dire, quasi per sbeffeggiarlo. Sarebbe una bestemmia il solo pensarlo, il solo pensare che Gesù dica a Giuda “amico” per prenderlo in giro. Gesù glielo dice perché è vero, perché lo sente, perché lo ama.
E proprio guardando Giovanni noi possiamo capire che cosa significhi per Gesù dire amico, che cosa Gesù viva e senta quando dice a Giuda: “Amico”. Gesù desidera vivere con Giuda la stessa esperienza che vive con Giovanni! Mi pare bellissimo. Pensiamoci davvero: guardando Giovanni noi possiamo capire che cosa significhi il dire da parte di Gesù a Giuda: “Amico!”.
E noi cristiani, invece, quanti “Giuda” abbiamo già liquidato, quanti “Giuda” abbiamo già condannato! Noi cristiani, noi comunità cristiane, noi comunità ecclesiale, noi “Chiesa”. A quanti, che dovremmo chiamare sorelle e fratelli, che dovremmo dolcemente e soavemente definire “amici”, facciamo in realtà, concretamente, credere che siano dei “Giuda”! Che cosa farebbe Gesù? Domandiamoci che cosa farebbe Gesù. Non direbbe anche a queste persone che noi facciamo sentire dei “Giuda”, non direbbe anche a loro “amico”? E “amico” come lo è Giovanni!
Questo contrasto fatto da un lato di amore che più forte di così non esiste, perché è l’amore dell’amicizia di predilezione per colui che durante l’Ultima Cena “era giacente nel seno di Gesù” (Gv 13,23), e dall’altro di questo buio e di questa notte, conduce alla fine a un risultato magnifico e altissimo: il comandamento, il comandamento nuovo, il comandamento unico che Gesù lascia ai suoi nel momento supremo dell’Ultima Cena e che proprio Giovanni racconta nel suo Vangelo: “Vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati. Come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv. 13, 34-35).
Come Lui ci ha amato? Lo contempliamo proprio durante l’Ultima Cena: “Uno dei discepoli di Lui era giacente nel seno di Gesù, colui che Gesù amava” (Gv 13, 23). Così ci ama. Questa immagine di Giovanni che giace nel seno di Gesù, per quanto non resa così bene neppure artisticamente, è per me ancora più profonda e “intrigante” della stessa lavanda dei piedi, perché dice di più dell’esperienza umana, perché rivela che alla fine di tutto sta l’amore. È amore, nient’altro che amore. E noi non dobbiamo aver paura dell’amore, perché l’amore, quando è vero, è sempre positivo. L’amore è amore. E basta! Come si fa a quantificarlo, a limitarlo, a frenarlo, a ingabbiarlo? L’amore vero è amore. L’amore vero è amare. Come Lui, certo, come Lui. E Lui ci ama così, ci ama accogliendo nel suo seno Giovanni e dicendo a Giuda “amico”. Ecco come ci ama. Quindi ecco come noi dobbiamo amare, ecco che cosa significa in concreto il comandamento nuovo, il comandamento unico: “Amatevi gli uni gli altri”. Questo è il Giovedì Santo!
Ricordo – e questa esperienza è una di quelle che mi sono rimaste indelebilmente impresse nel cuore – che un giorno, dopo aver predicato su questo tema durante una settimana di Esercizi Spirituali Parrocchiali, ho telefonato a un amico, un giovane che seguivo da tempo e che aveva recuperato proprio attraverso l’amicizia il senso e la bellezza della vita, di quella sua vita che invece stava interpretando come “spazzatura”! Tra l’altro, il giorno dopo avrebbe dovuto sottoporsi a un piccolo intervento chirurgico. Ebbene, l’ho chiamato e gli ho detto: “Guarda che sto predicando gli Esercizi Spirituali e sto svolgendo il tema ‘Il discepolo che Gesù amava’. Sai, vero, chi è il discepolo che Gesù amava?”. Sapete che cosa mi ha risposto, spiazzandomi una volta di più, come aveva già fatto altre volte? Mi ha risposto: “Sei tu!”.
Ha addirittura saltato il passaggio. Certo, l’amico che Gesù amava è Giovanni. Ma Giovanni dobbiamo e dovremmo essere noi, ciascuno di noi, perché è realmente così. Siamo noi il discepolo che Gesù ama. Se lo capissimo, se lo sentissimo, questo cambierebbe la nostra vita, ci darebbe una carica sicuramente maggiore fino ad arrivare alla testimonianza, alla missione, all’evangelizzazione, al martirio nel senso pieno del termine. Chi è il discepolo che Gesù amava? Sei tu!
Nel Giovedì Santo contempliamo Gesù che si dona fino alla fine: nell’Eucaristia, nel servizio della lavanda dei piedi, e anche nella prova del tradimento. E proprio lì ci sorprende: chiama “amico” anche chi lo sta tradendo, così come aveva chiamato amici i suoi, Giovanni per primo, e li aveva costituiti nel suo stesso ministero di amore e di amicizia “fino alla fine”: “Fate questo in memoria di me!”. Il Giovedì Santo non è solo il ricordo dell’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio, ma é l’invito sempre nuovo e sorprendente all’amicizia con Gesù. Lui ci chiama amici e così ci insegna ad amarci gli uni gli altri come Lui ci ha amati.
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