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Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il silenzio complice e la rete che protegge l’abuso

3 minuti di lettura

Oggi è il 25 novembre, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne. Ancora una volta, ci troviamo a contare i femminicidi e a misurare l’abisso della brutalità. Non è più sufficiente, né onesto, parlare solo dell’uomo violento e della sua vittima. È tempo di guardare dritto negli occhi l’infrastruttura sociale che non solo tollera la violenza, ma la protegge attivamente: la rete di supporto.

ITALIA. La violenza di genere non è un raptus, non è un fatto privato, ma un fenomeno strutturale sostenuto da un sistema invisibile di complicità e minimizzazione. Questo sistema è il vero nemico.

La rete di supporto: l’ombra del patriarcato

Quando una relazione finisce a causa di comportamenti abusivi, la narrazione dominante si concentra sempre sulla dinamica di coppia. Raramente, invece, si analizza la rete di amici, colleghi, conoscenti e familiari che offre al perpetratore appoggio, minimizzazione e legittimazione, ancorandolo saldamente all’interno della comunità. Questa trama invisibile, ma estremamente potente, svolge un ruolo chiave nel funzionamento del patriarcato: agisce come una sorta di “camera di decompressione” che accoglie l’uomo dopo la rottura, a prescindere dalla gravità del suo comportamento.

Le ricerche sociologiche, come quelle citate da Bellotti et al. (2022), dimostrano che queste reti non restano affatto neutrali, tendendo anzi a schierarsi con il perpetratore attraverso risposte ambivalenti anziché condanne aperte. Il sostegno si manifesta in frasi come: “È un bravo ragazzo, avrà solo perso la testa”, “Lei esagera”, o “Sono cose che succedono a tutti”. Ogni singola battuta che banalizza o sposta la responsabilità agisce come una rete protettiva che di fatto assolve l’uomo, rafforzando l’idea che la sua aggressività sia solo un “sfogo” legittimato.

Una conseguenza diretta di questa protezione sociale è la rapidità con cui molti uomini, dopo una separazione anche dovuta a maltrattamenti, trovano una nuova partner. Non è solo una dinamica relazionale, ma un fenomeno sociale più complesso. La nuova relazione svolge una triplice funzione patriarcale: agisce da riabilitazione pubblica dell’uomo, da punizione simbolica della ex (dimostrata “sostituibile”) e, crucialmente, da monito per tutte le altre donne, che osservano le conseguenze dell’autodeterminazione.

L’effetto speculare e devastante di questa protezione maschile è l’isolamento della donna. Chi rompe il patto patriarcale subisce una sanzione sociale che non è affatto spontanea: perde amici comuni, è soggetta a controlli sociali indiretti (“sei sicura di fare bene?”) e a una implicita colpevolizzazione (“forse sei stata troppo dura”). La donna che denuncia viene percepita non come una vittima da proteggere, ma come una minaccia alle norme gerarchiche, negandole la stessa “riabilitazione” sociale che viene concessa all’uomo.

Anche la manosfera online agisce come una versione amplificata di questa dinamica, fornendo un supporto ideologico globalizzato. Come analizzato da Ribeiro e Mihalcea (2022), questi spazi offrono narrazioni che giustificano la violenza e demonizzano la donna che si emancipa, percependola come atto politico contro il potere maschile. Tutto ciò dimostra che la rete maschile non è una semplice rete di amicizia, ma una vera e propria istituzione sociale che si fonda sulla solidarietà di genere e sul mantenimento del potere maschile.

È per questo che iniziative come il Mupa, il Museo del Patriarcato di ActionAid, inaugurato a Roma (Via Flaminia 122) in questi giorni, sono fondamentali. Proiettando nel futuro i “reperti” della nostra attuale disparità – dalle buste paga diverse agli atti di controllo – il Mupa ci costringe a vedere il patriarcato per quello che è: un’istituzione sociale, i cui privilegi sono strenuamente difesi dalla solidarietà di genere maschile.

Come ha giustamente notato l’attrice Violante Placido all’inaugurazione: “Qualunque negazione della sua esistenza è frutto della paura di nuovi equilibri.”

Un monito per tutte: siate fiere, insegnate la libertà

La lotta contro la violenza non si vince solo con leggi e centri antiviolenza, ma smantellando il muro di gomma della complicità.

Donne, siate fiere, libere e indipendenti. Siate intransigenti sulla vostra dignità. Non permettete che la paura dell’isolamento vi faccia arretrare di un millimetro.

La vostra libertà è la vostra arma più potente, ed è un atto rivoluzionario che ha conseguenze oltre la vostra vita: insegna ai vostri figli, maschi e femmine, il valore dell’autonomia.

Insegnate loro che la dignità non è negoziabile. Insegnate loro a non farsi mai soggiogare e a non soggiogare. Insegnate a non cercare mai l’approvazione di una “rete” che prospera sulla vostra sottomissione. Insegnate ai vostri figli a scegliere sempre il giusto, anche a costo di restare soli, e ad alzare la testa di fronte ad ogni prepotenza.

Solo così potremo davvero sperare di relegare le dinamiche del patriarcato a reperti archeologici, degni solo di un museo.

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