Margherita Spampinato premiata con 2 David di Donatello
Il termine affettuosissimo “Gioia Mia” è tipicamente siciliano. Lo si dice alle persone care, anzi carissime, come parenti ed amici. Ed ecco allora che entriamo subito in media res, perché questo film parla di affetti, di quella tenerezza che talvolta è difficile descrivere.
Ecco perché Margherita Spampinato ha avuto questi riconoscimenti importanti per il suo film, i due David di Donatello come miglior regista esordiente e per la miglior attrice Aurora Quattrocchi ed ancor prima è stata premiata a Locarno con il premio speciale della giuria e per la migliore interpretazione sempre per l’interprete della zia di Nico.
Lui è un bambino vivace, scontroso e impertinente, cresciuto in una famiglia laica, in un mondo moderno, tecnologico e iperconnesso, ed è costretto a passare l’estate in Sicilia, ospite di un’ anziana zia, signorina religiosissima e scorbutica che vive sola, in un antico palazzo pieno di leggende e superstizioni, senza wi-fi né elettrodomestici, senza nessun tipo di tecnologia, completamente fuori dal tempo.


La zia lo accoglie con fastidio, cerca di inserirlo con prepotenza nel suo mondo popolato da angeli e spiriti, dominato da un senso magico della religione. Lo scontro tra modernità e passato, tra ragione e religione, tra velocità e lentezza, segna l’inizio del loro burrascoso rapporto. Eppure pian piano, nasce un legame profondo di cui entrambi non sapevano di avere bisogno.
Lui era “in lutto” per la perdita della sua baby-sitter storica,Violetta, che si sposava e quindi lasciava il suo posto di lavoro. Lei manteneva nel suo cuore un segreto da tanti anni che si sente di confessare solo a lui dopo tanta insistenza da parte di Nico. Entrambi hanno una ferita insanabile, che viene riaperta dall’improvvisa morte del cagnolino anziano della zia,Frankie, un carlino troppo simpatico, che sembra interpretare i sentimenti della zia verso il nipote: prima non lo sopporta poi ci dorme insieme.
A questo bambino bellissimo che è Nico, scendono i lacrimoni dal viso a questa notizia e la zia si rinchiude nella sua camera in un silenzio assordante. Ecco allora che il suo amore che lei gli aveva trasmesso in gesti concreti, matura in Nico l’idea di fare qualcosa che le possa fare piacere: stirare, apparecchiare la tavola con garbo, fare i cibi che la zia riteneva fondamentali, le cui ricette erano state appuntate rigorosamente da Nico in un quadernetto, sotto dettatura della zia.
Il film sembra volerci ricordare che l’amore è fatto di gesti, anche semplici, ma concreti e che ci abituano anche a quella empatia a cui il nostro mondo è ormai desueto. Gela e Nico non sono esattamente nonna e nipote, ma proprio per questo riescono a isolare e incarnare ancora meglio la dinamica di estrema differenza e di grande vicinanza che si crea in quel rapporto e che se si vuole si può creare in tutte le relazioni.


È un film nostalgico, che guarda a un milieu classico come la proverbiale “estate italiana”, che forse non esiste più se non filtrata attraverso l’immaginario collettivo. La regista scrive e mette in scena il film per archetipi e chiare opposizioni, senza troppe sfumature, ma è una semplicità che ben si presta a una storia lineare fatta di pochi elementi, seppur tutti profondamente sentiti.
Lo spunto e la struttura del film sono piuttosto classici, ma Margherita gioca molto con i clichè. Ma la qualità del film sta nella grazia del racconto, nel pedinare i due interpreti principali, scoprendo le le loro abitudini, che si sciolgono tra le mura della casa ed oscillano tra passato e presente.
Gioia mia è un film intimo, che rimane impresso impercettibilmente, perché riesce a cogliere quelle sfumature della vita che le danno senso e significato. Un film da vedere per ricordare con affetto le nostre giornate con i nonni, ma anche per capire quanto importante sia dare l’amore in piccoli gesti.
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