Astensionismo crescente e distanza tra cittadini e politica mettono in discussione il senso della democrazia
ITALIA – Viviamo in un mondo migliore o peggiore? Il progresso e le facilitazioni tecnologiche hanno modificato le nostre abitudini. La velocità dei percorsi esistenziali che dobbiamo solcare ci porta da un lato ad accelerare le nostre decisioni e reazioni, dall’altro alla inevitabile paura di restare indietro.
I vecchi parlano di dolori e di piccoli bambini, e in questa reiterata noiosità sono travolti da tutto ciò che sta nel mezzo, che è la vita nella sua dinamica interazione. È più facile arrendersi che continuare a resistere.
Fino a che punto è giustificato difendere le proprie opinioni, anche se non possono contare nel produrre cambiamenti? Ci meraviglia il fatto che l’affluenza alle urne per esprimere il proprio voto vada sempre più a calare. Siamo arrivati a meno del 50% dei soggetti che hanno diritto a votare, e siamo ad elezioni regionali, che dovrebbero interessarci molto più da vicino, nelle cose che dobbiamo affrontare ogni giorno.
Verosimilmente questa percentuale calerà ancora di più. La giustificazione che sentiamo più comune è che anche negli altri Paesi avviene lo stesso fenomeno. E questo calo c’è, nonostante gli accesi dibattiti e talk shows presentati dai mezzi di informazione, in cui la contrapposizione è recitata con veemenza, talora anche con violenza verbale e fisica.
Questa indifferenza della maggioranza della popolazione alle scelte politiche assume un duplice significato. Primo, una richiesta di stabilità e di non cambiamento, secondo, una consapevolezza radicata di non contare nulla nel determinare processi di cambiamento.
Dove è finita la piazza di Atene, esempio universale della democrazia? Tutti a casa. Perché domani non è un altro giorno, ma un giorno simile al precedente.
Si intravede anche un’altra spiegazione. La frattura tra chi governa e chi è governato si è fatta più profonda e radicale. La politica che ha il compito di incidere con soluzioni reali sui complessi problemi individuali e sociali si allontana dalla ricerca del bene comune, e sembra vivere in un universo parallelo a quello in cui vive la gente, che sceglie di rassegnarsi all’impossibilità.
Mi viene da pensare a una sorta di narcisismo sociale. Come Narciso ed Eco, nella mitologia antica. Narciso condannato a vedere solo se stesso, ed Eco anch’essa vittima, condannata ad ascoltare solo se stessa.
Esiste un serio pericolo in questa tendenza indifferente. È quello che si può pensare, dato che il voto non è utile a risolvere i problemi individuali e quotidiani, tanto vale che esista un unico decisore, anche se rappresentato da più individui, a cui interamente delegare le scelte che ci riguardano.
Ciò che ci riguarda non è soltanto il nostro particolare interesse, ma anche la partecipazione attiva ai problemi che hanno i nostri simili e anche coloro che hanno aspettative diverse dalle nostre. Politica significa partecipazione alla polis, alla città.
Aristotele definisce gli esseri umani come animali politici. Ciò che rende umani, ed è specifico della nostra specie, è proprio essere soggetti politici, che partecipano attivamente alla vita di tutti gli individui che fanno parte della città. Nulla ci è indifferente, i problemi degli altri sono anche i nostri problemi.
Rinunciare al voto, laddove non è espressione di un anarchico dissenso, ci espone alla fragilità e all’onnipotenza. La fragilità di tutti noi che riteniamo di non contare nulla, e l’onnipotenza di chi ritiene di decidere per tutti indipendentemente dal consenso.
Questi sono i limiti e il paradosso di una libertà rinunciataria e delegata. Il grave rischio sta nella perdita della soggettività come valore essenziale da rivendicare e difendere.
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