Rosso d'Inverno

Finalmente leggera

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Benvenuti nella sezione dedicata ai racconti del Concorso Letterario Nazionale “ROSSO D’INVERNO”, giunto quest’anno alla X edizione con il tema della “Leggerezza”, ispirato dalle parole evocative e intramontabili di Italo Calvino. Buona lettura!

Può una scelta importante, pesante, definitiva, donare leggerezza? Sì, tesoro mio, può!
Lascia che ti racconti…

La Polizia aveva caricato. Armati di manganello e protetti da caschi e scudi trasparenti, centinaia di uomini formavano un muro impenetrabile che si muoveva minaccioso verso di noi. Non ricordo perché fossimo scesi in piazza a manifestare, sono passati tanti, troppi anni. Ricordo però che quel corteo non aveva nulla di pacifico: era una guerriglia urbana aggressiva e scomposta, fatta di urla e di botte. Volevamo cambiare il mondo e quello ormai era l’unico modo che conoscevamo per farlo: buoni propositi conditi da una volenza inaccettabile. Avevano anche cominciato a lanciare i lacrimogeni e la falsa nebbia provocata dai gas non lasciava che gli occhi, irritati e piangenti, riuscissero a vedere nitidamente.

Capimmo che la situazione stava velocemente degenerando, così scappammo cercando di sparpagliarci qua e là tra le strade del centro di Torino per confondere i nostri nemici.
Già!, per noi erano tutti “nemici”: credevamo di essere nel giusto e chi la pensava diversamente era un “nemico”.

Io corsi a perdifiato insieme ad altri compagni, poi svoltammo in una strada che ci sembrava una via d’uscita perfetta e invece era un vicolo cieco.
Alcuni agenti erano dietro di noi, minacciosi.
Alzai le braccia. «Fermi! Sono incinta!», gridai con quanto fiato avevo in gola mentre si sentivano forti le urla di altri compagni che correvano e scappavano.

Quella frase sembrò zittire il rumore e fermare il tempo.
I poliziotti mi guardarono con compassione: avranno pensato che per il bambino che avevo in grembo non doveva essere una bella cosa avere come madre una fanatica che urlava slogan contro lo Stato, il potere, lo sporco padrone, gli sporchi fascisti.
Una madre che ti stava mettendo in pericolo, tesoro mio!
C’è stato un attimo in cui uno di loro mi ha fissata dritto negli occhi. Un solo istante lungo un’eternità. Poi ha dato l’ordine agli altri di lasciarci andare.

«Forte! Inventarti la balla della gravidanza… Così ci hanno lasciati andare!», disse il compagno Rigoni appena fummo al sicuro. Avevo ancora il fiatone per la corsa forsennata, e per questo non riuscii subito a rispondere.
E fu meglio così.

Cosa avrei potuto dire? Che non era una scusa per farla franca, che tu eri dentro di me? Che, nonostante sapessi di te già da due mesi, non avevo esitato a metterti in pericolo?
A dire il vero, facevo finta che tu non esistessi. Solo la notte, quando tutto era buio e silenzioso, tu tornavi nei miei pensieri e io pregavo di addormentarmi in fretta per scacciare la tua voce che mi diceva: «Io ci sono… e ora che facciamo?».

Già, che facciamo?

Avevo altri progetti per il mio futuro.
Tuo padre si era già unito alla lotta armata entrando in clandestinità. Io lo avrei dovuto raggiungere nel giro di qualche settimana: i documenti falsi erano pronti, e pure io ero pronta. Mi avevano insegnato a sparare, a mentire, a indossare l’identità di un’altra persona, con un altro nome, un’altra data di nascita, un’altra vita. Mi avevano spiegato che avrei dovuto tagliare i ponti con parenti, amici e conoscenti, dimenticare il mio passato.
Ma nel mio presente adesso c’eri tu.
E io mi sentivo il cuore pesante e pensavo che quel peso dipendesse da te.

L’unica a cui avevo raccontato di te era zia Clara. La donna che tu hai sempre chiamato “zia”, ma che era solo un’amica, forse l’unica. La donna che, quando eri bambina, andavamo a trovare tutte le domeniche al cimitero, con un mazzo di fiori freschi che io mettevo nel vaso di fianco al suo volto sorridente, immortalato per sempre sul freddo marmo del loculo in cui riposa. Ricordi?

Poi ti esortavo: «Dai, saluta zia Clara…» e tu ti alzavi sulle punte dei piedi e davi un bacio alla sua fotografia e, salutando con la mano, dicevi: «Ciao zia Clara, torniamo domenica prossima… Aspettaci, eh!».

Zia Clara mi aveva chiesto: «E adesso cosa vuoi fare?».
«Non lo so… ». E davvero non lo sapevo.
In quel momento non ti amavo e non ti odiavo.
Però avevo paura. Paura di dover rinunciare a tutto quello in cui credevo per te.
Ormai le mie scelte le avevo fatte…avevo deciso di dedicare la mia vita alla “causa”, anche sacrificando me stessa e te.

Del resto, tutto era degenerato in fretta: eravamo passati in poco tempo dagli striscioni dei cortei pacifici all’aria grigia dei lacrimogeni, dagli slogan alla violenza, dagli ideali alle armi.
«Ci stai pensando…», aveva detto zia Clara. «Se ci pensi, significa che questo bambino lo vuoi. Dovrai cambiare i tuoi progetti per lui!».

“Per lei…”, mi sorpresi a pensare. Sentivo che eri una femmina…

E così quel giorno… il giorno che la Polizia ci lasciò andare, il giorno in cui i compagni pensarono che avessi inventato la frottola della gravidanza per sfuggire alle manganellate e a un inevitabile arresto… Quel giorno fu tutto chiaro: tu c’eri… e io avrei cambiato i miei progetti per te.

E quella decisione mi tolse il peso dal cuore: finalmente mi sentivo leggera, come non lo ero mai stata!

Zia Clara è morta quattro mesi dopo e non ti ha visto nascere… ma anche se fosse rimasta in vita, non ti avrebbe conosciuto comunque… Lei non ha cambiato le sue scelte: ha abbracciato la lotta armata e, un giorno di dicembre, nella città illuminata dalle luci del Natale, un proiettile sparato da un giovane poliziotto ha messo fine alla sua nuova identità. Ma sono certa che ti ha voluto bene da subito e, se fosse vissuta, ti avrebbe amato come una nipote, anche a distanza.

Di tuo padre non ho più saputo nulla per molto tempo. Poi, un giorno, ho letto sul giornale che era stato dichiarato morto in Argentina perché sua madre, tua nonna, aveva riconosciuto nel

cadavere di un giovane ragazzo suo figlio, brigatista italiano condannato in contumacia per omicidio. Ormai tu eri grande, e avrei dovuto parlartene, ma ho pensato che fosse un atto d’amore farti credere che tuo padre era un ragazzo bellissimo e dolcissimo che era morto prematuramente perché Lassù, in Cielo, avevano bisogno di un angelo in più…

Ho fatto bene? Ho fatto male? L’amore spesso non ha risposte.
Il mese scorso, però, in treno, ho visto un uomo non più giovane che gli somigliava. Certo, sono passati tanti anni, ma gli occhi di quel ragazzo che ho amato non li ho dimenticati e li ho ritrovati nel volto di quel signore elegante che stava seduto davanti a me. Ci siamo guardati. Io ho accennato un sorriso e lui ha abbassato la testa, la schiena curva come se un peso lo schiacciasse. Forse non era lui ma solamente un uomo più o meno della stessa età che gli somigliava… dicono che al mondo ciascuno di noi abbia sette sosia… E magari si sarà chiesto come mai una vecchia pazza gli stesse sorridendo… Ma poi, quando si è passato il dito indice della mano sinistra sul sopracciglio, ho capito che era proprio lui. Era un gesto che faceva sempre quando era nervoso… quando aveva paura ma cercava di non darlo a vedere…
Forse, là in Argentina, c’era qualcun altro sul tavolo dell’obitorio. Forse tua nonna avrà pensato che farlo credere morto l’avrebbe fatto rinascere a nuova vita e alleggerito del peso che si portava sulla coscienza…
Chissà…

L’ho osservato a lungo quel giorno: com’è cambiato! Un signore anziano molto distinto, giacca e cravatta e scarpe di marca, occhiali con una montatura costosa e mani curatissime… niente a che vedere col ragazzo in eschimo che lanciava bombe carta contro il “nemico” e che poi ha scelto la lotta armata, ha sparato, ha ucciso.

«Ciao Enrico…», ho detto prima di scendere da quel treno affollatissimo. E ho anche aggiunto: «Sei cambiato. Anch’io sono cambiata: l’ho fatto grazie a nostra figlia… e dal momento in cui ho scelto lei… tu non immagini neppure come mi sono sentita leggera: non avrei sopportato a lungo il peso di ciò che stavamo per fare…».

«Signora… mi confonde con qualcun altro. Io mi chiamo Dario e non ho figli…», ha puntualizzato lui, poi ha abbassato nuovamente la testa e non mi ha più guardato.
Io invece non ho distolto lo sguardo da lui finché il treno non si è fermato in stazione e, forse, gli altri passeggeri si saranno chiesti chi fosse quella donna insistente che stava importunando un uomo così distinto…

Sono scesa dal treno e mi sono sentita leggera, come quel giorno di tanti anni fa. Il giorno in cui hi scelto te!
Leggerezza è anche accettare la verità e dire la verità.
Finalmente ti avrei parlato di lui! Dopo tanti anni avrei trovato le parole giuste.

Tuo padre adesso è un uomo libero dalle sbarre di una prigione e forse finirà i suoi giorni senza pagare per ciò che ha fatto… ma…
Ma porterà sempre con sé un peso enorme: il peso di una figlia che non ha mai conosciuto, il peso delle vite che ha spezzato in nome di un falso ideale.

E quel peso, prima o poi lo schiaccerà, anche se ora non lo immagina.
Perché la leggerezza dal peso è un dono prezioso, è avere la coscienza pulita, è amare in maniera incondizionata.
La leggerezza è una condizione di beatitudine che va conquistata e meritata.

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