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Feriti nell’anima

Trauma vuol dire ferita. Le sue conseguenze sono oggetto di studio di psicologi e psichiatri, perché le esperienze traumatiche — fisiche o psichiche, compresi lutti e malattie — incidono negativamente sulla salute e sul benessere della persona

ITALIA – La Psicologia e la Psichiatria hanno cercato di riportare al trauma le conseguenze del nostro pensare ed agire. Un allievo di Freud sosteneva che la genesi traumatica dei disturbi mentali era così importante da considerare il primo evento traumatico quello della nascita, a cui tutti i traumi successivi andavano ricondotti. E la stessa psicoanalisi riconosce che il trauma non è mai cancellabile, si può e si deve rimuovere, ma la rimozione non è mai definitiva. È una sorta di tabù dell’anima. Tenderà sempre a ritornare e a incidere negativamente sul nostro benessere.

Ecco dunque che la vita diventa una stratificazione di traumi che si sovrappongono e in maniera ingombrante e inevitabile ci conducono ad una rassegnata infelicità. Eppure, il trauma non è soltanto distruzione: è anche possibilità di crescita. Nietzsche scrive che il dolore, se non uccide, rende più forti. Di quella frase possiamo sottolineare soprattutto la parte finale: il dolore non uccide mai, rende sempre più forti.

La gioia non cambia l’uomo; il dolore invece lo trasforma, e lo fa sempre in meglio. Il dolore morale diventa così un’esperienza formativa. Come il ferro, che per essere modellato deve farsi incandescente e venire battuto con forza, così l’animo umano, attraversato dal dolore, viene forgiato e reso nuovo.

Carlo Emilio Gadda intitola il suo romanzo più famoso “La cognizione del dolore”: un titolo suggestivo, che ci ricorda come il dolore sia qualcosa di intelligente e intellegibile. Avere cognizione di qualcosa significa comprenderla, possederla, dominarla. Quando diventiamo padroni del nostro dolore, acquisiamo ciò che altri non hanno: una forma di conoscenza più profonda, unica, irripetibile.

Il dolore, quindi, non si limita a essere sopportato: può essere vissuto come occasione di consapevolezza. È un’esperienza vitalizzante, sia che si tratti di sofferenza fisica o morale. Epicuro, filosofo amico dell’uomo, riconosceva proprio in questo un segno di vita: nel dolore egli sentiva di esistere.

Il fatto che il dolore traumatico costituisca una esperienza formativa mi fa pensare alla scuola, quando noi ci ricordiamo di questa esperienza come qualcosa che ci ha prodotto interesse oppure noia e disgusto. A volte un insegnante poco stimato ci fa odiare una materia, seppure di per sé stimolante. Tutto avremmo fatto nella vita tranne che interessarci di ciò che avevamo odiato.

Dopo molti anni ci viene la curiosità di colmare questo vuoto, e possiamo riprendere quella odiata materia e approfondirla con piacere. Quindi anche una esperienza negativa, come può essere ritenuto un trauma, diventa una occasione formativa.

Il trauma, dunque, si può e si deve superare. Non perché venga rimosso o dimenticato, ma perché ci offre la possibilità di guadagnare un capitale di esistenza vissuta che altrimenti non avremmo mai posseduto.

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