Viene proprio da pensare così, con amara ironia, se oggi il problema della terza e quarta età emerge in tutta la sua gravità nel nostro mondo occidentale. La scienza fa miracoli, l’età di sopravvivenza aumenta rapidamente, mentre la natalità crolla. Ma questo trionfo della scienza si è trasformato in un cortocircuito sociale.
Oggi gli adulti si trovano incastrati in una morsa: devono occuparsi dei propri anziani, spesso trascurando il lavoro e la propria famiglia. Vivono in uno stato di stress quotidiano e perenne per accudirli nei loro deficit naturali, nei loro handicap, nelle loro ricorrenti e croniche malattie.
Parliamo di una generazione di “figli” allertata giorno e notte, senza pause, senza vacanze, senza un solo giorno di riposo. La medicina tiene in vita i corpi degli anziani, ma i giovani si ammalano di sfinimento per assisterli.
È un problema di welfare e di portafogli. Chi si può permettere badanti a pagamento e operatori sanitari a domicilio deve spendere cifre astronomiche, spesso prosciugando i risparmi di una vita. E le alternative? Semplicemente non ci sono.
Le case di riposo sono piene, le liste d’attesa infinite e il ricambio è drammaticamente lento — sempre, sia detto per paradosso, “per colpa” dei successi della medicina.
Qualcuno evoca la robotica e l’intelligenza artificiale come salvatori tecnologici, ma parliamo di un futuro ancora lontano. E quando quel futuro arriverà, non sarà per tutti: anche le macchine hanno costi di produzione, manutenzione e riparazione che graveranno sulle tasche dei singoli.
La medicina ha allungato la vita, è vero, ma la politica e la società si sono dimenticate di renderla sostenibile. Se la longevità diventa un lusso per pochi e una condanna biologica ed economica per i figli, allora non stiamo assistendo a un progresso, ma a un lento e silenzioso avvilimento collettivo.
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