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E se avessero ragione loro?

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In merito agli studenti che si sono rifiutati di fare l’orale

Gian Maria, Mariangela e  Mattia. Tre studenti maturandi del Veneto, che si sono rifiutati di fare l’orale all’Esame di Stato. E a loro si è aggiunta anche una ragazza di Pesaro-Urbino ed un ragazzo nel Lazio. Bisogna ricordare però che già l’anno scorso tre studentesse a Padova si erano rifiutate di fare l’orale, e una di loro, ora in America per ragioni sportive e di studio, è stata proprio interpellata in merito.

Che cosa vogliono dirci questi ragazzi con le loro proteste? Innanzi tutto dobbiamo rilevare che in tutti i casi è stata una protesta pacifica, che non ha assunto toni di violenza o scontro. Un specie di diritto a non parlare degli imputati nei processi. In secondo luogo tutti hanno sottolineato come il meccanismo del punteggio congegnato dall’esame permettesse loro di fare questo (nulla nel regolamento attuale lo vieta). Quindi la loro protesta era dentro alla legge vigente.

In terzo luogo, all’esame orale non si può dare meno di 3 punti. Quindi anche questi venivano accreditati in qualsiasi caso. Già da queste prime informazioni tecniche capiamo come l’esame di stato, come è pensato ora, ha delle criticità che vanno sanate, ma forse ancor di più andrebbe totalmente rivisto.

Che senso ha infatti ancora una volta fare un compito di Italiano che si è già fatto per 5 anni; lo stesso si dica per la materia che caratterizza gli indirizzi di studio. Un ennesimo compito? Se questo intenzionalmente serve ad omologare gli studenti italiani da nord a sud per dare un valore legale al titolo di studio, pensiamo che questo sia lo strumento adatto?

E questa è la prima questione. Ma veniamo al colloquio orale, che spesso non lo è. E’ piuttosto l’ennesima interrogazione. Ha senso tutto questo? Forse i ragazzi cercano un modo di essere valorizzati nei loro interessi , nel loro extra-scuola, nel ritrovare il piacere di sapere per sapere. Di ritrovare quella curiosità che il motore della passione. Che spazio ha questo oggi nella scuola italiana? 

Forse è questa la domanda che dovremmo farci. Perché tutta l’istruzione di oggi è basata su interrogazioni e verifiche, nate dall’esigenza di una valutazione oggettiva. Ma basta questo per valutare una persona ed i suoi talenti? Tutti gli stage, i progetti , i viaggi studio che vengono proposti dai vari istituti non bastano a compensare la routine quotidiana di una scuola che ha perso il gusto del sapere e di insegnati significativi, che lascino un segno nei loro studenti.

E forse è proprio questo il quid della protesta di questi ragazzi: la ricerca di un senso ed un significato in quello che stanno facendo, visto il futuro che si prospetta loro: un’Italia che gli chiede tanto, ma che non li valorizza; l’opportunità di andare all’estero, rinunciando però ai loro affetti e al loro luogo di nascita; e poi certamente un panorama geopolitico così complesso, come quello di oggi, con zone off limits per guerre e conflitti di certo non aiuta a sperare in un futuro migliore.

Pensare ad un esame che sia solo orale, con una tesina personale ed articolata, che abbia un’esposizione di circa 20 minuti, con delle domande dei commissari ad hoc, possano valutare non solo le competenze, ma anche la maturità del candidato o della candidata, dandogli una dignità e una possibilità di esprimersi  anche nei suoi interessi extra-scolastici e rendendo questo esame più personale e individualizzato.

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