Nato a Bucarest il 29 luglio del 1945, trentasei trofei, alzati alla guida di otto squadre diverse e tante idee moderne e rivoluzionarie è morto ieri a 80 anni
Cultura e pallone? Per Mircea era un combinato disposto imprescindibile, è certo che la trasferta per lui non era da considerarsi solo arrivare in pullman in uno stadio e calciare una sfera di cuoio. C’era un museo da visitare, una piazza, un’installazione. Quasi una sorta di rifinitura mentale per il match, che suonava la sveglia in un mondo dove le chiusure si sprecano. Come quando parlandogli di schemi e citando un 4-4-2 allontanava la domanda specificando di allenare idee. Pennellate creative. Come calciatore gioca con la Dinamo Bucarest dove vince cinque titoli di campione di Romania. In Italia parte a Pisa, sotto la torre, dove è il lungimirante e vulcanico Romeo Anconetani a ingaggiarlo, e siamo per la precisione nel 1990, ma è subito insidia e difficoltà nel comunicare il suo credo, quando arriva la retrocessione. La rivincita giunge nell’immediato, con le rondinelle del Brescia, dove rimane fino al 1996, e qui il ruolo del visionario emerge a dispetto dei risultati parecchio altalenanti, con la fortuna di costruire la sua felice utopia calcistica con un faro che di nome fa Roberto Baggio, mica uno di passaggio. Dopo Brescia arriva la Reggiana ma si comprende il crepuscolo imminente. Con l’uscita di scena nel 1998, dove a Milano si dimette dall’Inter prima della fine del campionato, dopo una sconfitta con il Manchester ai quarti di finale in coppa e un tracollo in campionato con la Sampdoria. Dipartite che non lasciano mai del tutto l’amaro in bocca, tanta è la visione umana e culturale che Mircea regala ogni panca. Dopo l’Italia è la volta della Turchia, con il Galatasaray e il Besiktas, dove va a segno in diversi campionati mentre in Ucraina ecco il delta con lo Shakhtar Donetsk e tanta Champions League, 100 presenze che arrivano, poi i numerosi campionati vinti, coronati da una Coppa UEFA nel 2009. Infine il tramonto, attraverso lo Zenit, la Turchia in nazionale, e la sua panchina piú intima, quella della sua amata Romania. Dove Mircea Lucescu ci lascia, senza forse aver avuto, almeno per noi in italia, il tempo, la possibilità di ammirarlo del tutto, oltre la maestria e il genio, la gentile inquietudine e quel suo innato carisma. Panchina dopo panchina, pensiero dopo pensiero.
Photo Credit by Wikipedia
Instacult di Mauro Lama
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