Oramai i palinsesti dei media si ripetono incessantemente secondo un cliché a scomparti fissi: le sparate geopolitiche, il conflitto russo-ucraino, la perenne polemica tra destra e sinistra, la solita cronaca nera incentrata su immigrazione, degrado e sporcizia nelle città, qualche guerra dimenticata e un terremoto qua e là.
Mancano quasi del tutto i commenti capaci di riportare il significato degli eventi a una dinamica dello spirito di stampo hegeliano, alla ragione di Cartesio o all’empirismo di Hume. Manca, insomma, il pensare ragionato. Ma si avverte anche l’assenza della letteratura e dell’arte, strumenti che potrebbero offrire chiavi interpretative meno banali e più riflessive.
La realtà mediatica odierna è la solita zuppa riscaldata che finisce per nauseare. Il buon giornalismo dovrebbe far scaturire il pensiero, non le emozioni superficiali. Basta un solo articolo scritto come si deve per aprire la mente alla riflessione e al ricordo, spingendoci a guardare al futuro senza dimenticare il passato — perché per saltare un ostacolo bisogna pur sempre fare un passo indietro e prendere la rincorsa.
Certo, un testo di questo livello non può uscire dalla penna di un giornalista tutti i giorni. Ma non possiamo nemmeno rassegnarci a una ripetizione quotidiana in cui cambiano gli ospiti ma le tesi restano identiche, o dove il conduttore si limita a cambiare studio e titolo del programma mantenendo inalterati argomenti, pubblico e formato.
Assuefarsi alla ripetizione ci rende stanchi e nervosi. Sono le novità ad accendere la mente e a farci stare bene: imparare qualcosa che non sapevamo o ascoltare un punto di vista che incrina le nostre certezze per condurci verso un ragionamento.
Questa pigrizia informativa si riflette inevitabilmente sulla vita pubblica. Oggi non sappiamo più quali siano gli interessi reali difesi dai partiti. La nostra adesione è diventata puramente emotiva, col rischio di votare forze politiche che lavorano contro i nostri stessi interessi. D’altronde, la dichiarazione di intenti si fa sempre dopo il voto: prima si vince, poi si vedrà.
Questo modo di vivere la politica confonde, demoralizza e diffonde la convinzione che “tanto sarà tutto lo stesso”. L’effetto è deleterio: c’è chi smette di votare e chi sceglie la scheda in base alla “simpatia”, disinteressandosi delle conseguenze reali. Votare è diventato come scegliere un capo d’abbigliamento, dove l’impulsività conta più della qualità della scelta.
Dobbiamo tornare a pretendere dai politici il saper fare politica. Anche la politica è un’arte, e il convincimento deve basarsi sulla ragione e sull’esperienza, non sull’onestà di facciata.
Emozionare giocando a chi la spara più grossa non è soltanto immorale: è cattiva politica. Serve unicamente a indignare e a tradire chi esprime un voto che, seppur piccolo sul piano statistico, rimane profondo ed essenziale per la tenuta di una democrazia.
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