Domanda fondamentale questa, forse più importante del chi sei? È la domanda che rivolgiamo agli altri, e anche a noi stessi.
È la domanda che Shakespeare fa dire a Romeo – Dove sei tu Romeo? Romeo si domanda dove è, smarrito nella confusione dell’innamoramento. Solo successivamente, quando Romeo incontra Giulietta, è Giulietta che gli domanda: chi sei tu Romeo?
Quando questa domanda ce la poniamo a noi stessi, “dove sei?”, indichiamo non soltanto la paura di perderci, ma anche il desiderio di orientarci, di trovare una via d’uscita e di riprendere il cammino.
Dove sei? Rivolto ad un altro richiama l’altro ad accorgersi di te. Sono fuori di me, oppure sei fuori di te sono espressioni che indicano un’assenza dell’altro dalla presenza, dall’esserci con noi e con la realtà.
Questa esperienza “dissociativa” non è solo esistenziale, ma assume anche dei connotati psicopatologici. La paura che si prova è difficilmente descrivibile, bisogna provarla per comprenderla. Nello smarrimento che si vive e nel terrore che si prova sta tutto il suo significato dirompente, traumatico.
Abbiamo bisogno che qualcosa o qualcuno ci dia una mano e ci indichi la strada, come Giulietta con Romeo. Come Arianna con Teseo nel terribile labirinto del Minotauro.
Dove sei? È la voce di Dio che lo cerca, dopo che ha disobbedito. È assurdo che Dio non sappia dove è Adamo! Il paradosso è tutto qui.
Ci domandiamo dove siamo, ma sappiamo in realtà dove siamo, come se in noi ci fossero due persone, che si contendono la presenza nel mondo. Due opposti che si elidono e ci portano nella nebbia dell’isolamento e dell’assenza.
Marcel Proust ci dà una soluzione, senza dubbio una delle tante possibili. Nella sua “Recherche …” fa dire al protagonista, mentre assieme ad altri commensali ascolta suonare della musica: “l’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è”.
È l’arte che ci pone in un altrove dove trovare l’intimità perduta. La contemplazione dell’arte ci dà un nuovo modo di guardare il mondo, e ci accomuna a tutti gli esseri viventi che, come noi, vivono la meraviglia dell’esperienza vissuta.
Quando ci occupiamo di qualcuno per ragioni di lavoro o di svago, siamo distratti, abbandoniamo lo sguardo su coloro che siamo chiamati a sentire e osservare. Proust ci invita ad usare gli occhi.
Ciò che l’altro ci chiede non è qualcosa di materiale, questo può essere solo un pretesto per attirare il nostro sguardo. Lo sguardo sugli altri e sulle cose ci permette di dare un valore a noi stessi.
È vero che lo sguardo degli altri ci fa paura, ci minaccia perché ci chiede una presenza. Ecco che ci nascondiamo a noi stessi, come Romeo e Adamo, rinunciando ad incontrare chi ci sta cercando, forse da sempre e che finalmente ci ha trovato.
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