A Milano, ma diciamolo subito potrebbe essere stato a Roma, Torino, Napoli e Firenze, non è una questione di “primi della lista“, quanto piuttosto di quello che curiosamente causò questa clamorosa novità, perchè ogni epoca ha le sue nuove idee da divulgare e all’occorrenza difendere come avvento culturale.
Anche perché la prima frase dei milanesi al cospetto del semaforo fu “Dura minga”, esclamazione intrisa di scetticismo tipica di chi fin da subito si mostra riluttante al nuovo, in nome forse di un conservatorismo snob, anche se indubbiamente nella fattispecie doveroso, comprensibile.
Installato in pieno centro il primo aprile 1925, data curiosa a “rischio pesce“, all’incrocio tra le vie Orefici, Torino e Mazzini dove Milano brulica da sempre di vita , strade e mezzi, inizialmente creò non pochi problemi alla viabilità.
Era regolato dai vigili urbani e composto da cinque colonne luminose, come le cinque strade che si incrociavano, ognuna con il proprio compito, ossia di governare il traffico proveniente da una determinata direzione.
I risultati iniziali furono alquanto recalcitranti, anche perché il prototipo aveva quattro colori che miscelati tra loro davano input non solo a veicoli, all’epoca c’erano carrozze, cavalli, pedoni e ciclisti.
Bisognerà attendere il 1960, quando con il nuovo codice della strada i tre colori divennero attuali, in quanto prima il verde era posizionato sopra e il rosso sotto.
La notizia desta curiosità e rilevanza storica alla luce delle ultime polemiche nate dalle zone a 30 km/h ora anche a Roma e i “nuovi fenomeni“ del tipo di Fleximan a cui si aggiungono, e siamo nelle ultime ore, Dossoman e Parkman.
La nuova sfida sulle strade appare inquietante e desiderosa di ordine, e quel semaforo oggi appare romantico, forse baluardo di civiltà.
Photo credit by — Avvenire
Zero Biscuit di Mauro Lama
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