“La Grazia” di Paolo Sorrentino apre la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia con un Presidente della Repubblica a fine mandato tra dubbi, passato e decisioni epocali da prendere
Velato da un vero e proprio crinale misterioso, finalmente il film di Paolo Sorrentino apre la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia 82 e rivela tutti i suoi contenuti, offrendo una pellicola di grande qualità destinata a non passare di certo defilata. Anzitutto per la scelta della Biennale di proporlo come film d’overture, oltre che per l’indiscutibile fattura. Con Tony Servillo nei panni di un Presidente della Repubblica e sua figlia Dorotea, giurista come lui, interpretata da Anna Ferzetti.
Sul finire del suo mandato, il grigio protocollo delle tristi e omologate giornate del Presidente viene disarcionato da due richieste di grazia e il traguardo sempre più presente della legge sull’eutanasia. E qui, partendo dal suo soprannome “cemento armato“, la pellicola intraprende un cammino lastricato di dubbi e nuances, sfumature che alla fine possono recitare la propria parte, fino ad arrivare ad essere decisive su temi che non certo possono essere definiti secondari.
Eutanasia e due richieste di grazia, questo il plot narrativo con cui Sorrentino si confronta, sino ad arrivare ad una continua “querelle emotiva“ che il Presidente affronta ogni giorno, tra il bene e il male, fino a dover scegliere chiuso tra dilemmi esistenziali difficili da contenere. La drammaticità delle scelte si combina perfettamente sulla continua ricerca dell’amore della moglie persa molti anni fa e mai mitigata. Da qui, la perfetta doppia identità de “La grazia“, che può essere quella del mero diritto ma anche quella dell’amore. Simbiosi che Toni Servillo, capo dello Stato si trova a dover maneggiare con cura, tra l’intima suggestione familiare e le grandi responsabilità a lui attribuite, mosso sempre dalla grazia del dubbio.
Photo credit by La Biennale di Venezia
Intravisti per voi di Mauro Lama
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