Il racconto vincitore del Concorso Letterario Nazionale Rosso d’Inverno, di Sandra Puccini, farmacista di Pistoia.
“Che fai tu, luna, in ciel” recitava un’incisione sul cavalletto, eppure noi il vecchio telescopio Dollond non lo avevamo piantato in giardino rivolto a nord ovest, né sistemato in soffitta davanti a un lucernario schiuso su uno stralcio di cielo.
Era stato arrangiato in cantina tra scatole e cartoni, nascosto da una coperta a fiori consunta e trita che per anni avevo visto sventolare al filo dei panni in estate o stentare davanti al camino in inverno. Veniva tirato fuori solo quando la situazione lo
pretendeva: una nuova semina, il prossimo travaso, l’imminente raccolta.
Eppure, a chi gli chiedeva che ci facesse con quell’attrezzo uno come lui che conosceva meglio le volontà della luna che quelle
di sua moglie, mio padre rispondeva che ne andava del suo raccolto e piuttosto che venderlo si sarebbe fatto cavare tutte e due gli occhi. Essere figlio di Luigi Boscolo, il contadino dei campi di sotto, comportava anche questo.
Era un uomo maestoso e benigno, dai capelli folti e la voce tonante. Aveva mani poco curate e abiti polverosi, ma i suoi occhi erano vivi e puliti. In ciò che faceva metteva un so che di solenne che lo rendeva ammirabile: mi affascinava la caparbietà con cui dissodava la terra, preparava solchi e seminava il radicchio. Faceva tutto seguendo il lunario, secondo regole ben precise
che ogni volta mi elencava con cura, ma che in me sortivano lo stesso effetto di un monologo recitato a un campo di zucche.
Mi portava con sé per insegnarmi il mestiere, con buona pace di mia madre che si struggeva nel sapermi tra vanghe e sarchi; ma poi, una volta lì, di mansioni adatte a uno smilzo come me non se ne trovavano mai, e così finivo graziato a tormentarmi le unghie e a consumare merende sopra zolle appuntite e scomode.
Crescendo, negli anni, avevo iniziato a prendere le distanze da mio padre e, seguendo un comportamento antico, anche lui si era allontanato da me. A vederlo mi sembrava piccolo, perso nelle sue pochezze quotidiane fatte di cicli e fasi sempre uguali e sé stessi: per anni aveva oltrepassato la stessa porta, sceso gli stessi scalini, girato attorno alla stessa siepe, imboccato l’argine del fiume, e sorpassato la quercia grande in fondo allo sterrato.
Aveva passato le giornate chino sulla stessa zolla, e affidato la sua fortuna alla benevolenza del cielo. Mi chiedevo come potesse accontentarsi di un’esistenza così mediocre. Quali risposte alla vita cercasse dentro la terra o il cielo, che la vita stessa
non potesse insegnarli qua fuori. E se un tempo avevo invidiato il suo coraggio mite e testardo, ora reclamavo un cammino diverso che mi garantisse il riscatto dovuto e una migrazione certa da tutte quelle miserie.
Quando decisi di andare a vivere da solo in una grande città ero convinto che là avrei trovato quello che meritavo: mi ero lasciato alle spalle campi interminabili, tanfo di concime e tutta quella vita che mio padre adorava, ma che a me toglieva il respiro. Eppure, anche lì, qualcosa nonfunzionava. Il lavoro faticava a ingranare e con lui il resto.
Era come se, tutto intorno, una foschia cupa e immobile avesse preso il posto della terra acre e mi fossi ritrovato intrappolato in un enorme scantinato abitato da migliaia di topi che lottavano affannati per accaparrarsi l’ultimo avanzo. I rapporti con i miei si erano fatti sospesi: perfino tra di noi era calata una coltre di nebbia densa. Con mia madre ci passavamo qualche telefonata.
La sentivo sempre trattenuta e se provavo a chiederle di mio padre mi rispondeva che era nei campi, sempre preso da questo o da quell’affare. Ma era nelle sue lettere che la ritrovavo. Mi raccontava che lui era cambiato. C’erano giorni in cui non parlava e altri in cui la sua testa si riempiva di paure: la terra era sempre troppo farinosa o troppo fangosa, la pioggia aveva affogato il seme o il freddo tardava ad arrivare.
E poi, nemmeno la luna sembrava più guidarlo come un tempo. Diceva che lei, comunque, se la cavava: si era messa a fare qualche lavoretto per ingannare il troppo tempo e i soldi che guadagnava li girava a me perché, anche se sapeva che non mi servivano, a lei faceva piacere.
Avrei voluto dirle la verità. Che in quel branco indomabile facevo una gran fatica a distinguermi e a dimostrare chi ero. E che forse il problema stava tutto lì: avevo abbandonato una strada che conoscevo per non essere come mio padre, ed ero finito su un tratto di sentiero sconosciuto dove non sapevo chi ero.
Appoggiato al davanzale della finestra, mentre guardavo una luna appannata e fumavo l’ultima sigaretta, mi ripromettevo che un giorno le avrei raccontato tutto; che quei soldi erano stati la mia salvezza e insieme ne avremmo riso, come si fa con
le cose ormai andate che, a guardarle da lontano, non spaventano più.
Quel futuro scomparve, insieme a tutte le possibilità che conteneva, una sera di fine ottobre. Era successo tra i filari di radicchio, mentre strappava le erbacce. Mio padre doveva aver sentito un gran dolore al petto e fatto in tempo a capire cosa stava succedendo quando il cuore aveva deciso di piantarlo in asso.
Lo avevano trovato così, accanto alla vanga, con la testa nel fango e tra le mani la gramigna che non avrebbe mai buttato.
Quando lo vidi, nell’abito riservato alle grandi occasioni, feci un passo indietro: aveva le guance scavate e la carnagione grigiastra. A vederlo, non sembrava che la morte lo avesse colto di sorpresa, ma che si fosse portata avanti da tempo. Non era rimasto niente dell’uomo che si era caricato sulle spalle casse e casse gonfie del radicchio di mezza provincia.
Non riuscendo a ritrovare mio padre in quella bara, andai a cercarlo in cantina, dal suo telescopio ma, con mio grande stupore, questo non c’era più.
“L’ha venduto mesi fa – disse mia madre che nel frattempo mi aveva raggiunto – Aveva capito che non te la passavi bene. Diceva che uno come te se fosse stato felice lo avrebbe gridato anche al vento e se non parlavi, era perché le cose non andavano come volevi. Erano suoi i soldi che ti spedivo”.
Quel padre lo avevo sempre avuto lì ma non me ne ero mai accorto tanto ero impegnato a voler essere diverso da lui. Non risposi e, senza voltarmi, uscii fuori.
Scesi i suoi stessi scalini, girai attornoalla sua stessa siepe e imboccai l’argine del fiume. Camminai fino alla quercia grande e poi, in fondo allo sterrato, vidi il podere. Mi sedetti a terra con la schiena appoggiata al tronco e il viso rivolto all’orizzonte.
Questo era lo squarcio di mondo di mio padre e là c’erano i suoi campi e quel cielo sconfinato che avevamo contemplato insieme migliaia di volte. Mentre una luna nuova si affacciava dai colli e un vento debole si alzava a liberarmi i pensieri, capii che arriva sempre un dopo a spiegarti il prima e che proprio qui, nella distesa dell’oceano padano, nella terra di mio padre, dovevo piantare il mio remo.
Con i soldi del prossimo raccolto sarei andato a riprendermi il Dollond. Presi la vanga e la ficcai tra le zolle. Dopo un lungo esilio ero finalmente tornato a casa.
Sandra Puccini

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