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Dampyr 317 – Senza pietà: Colombo porta a termine un percorso nei lati oscuri dell’animo umano

3 minuti di lettura

Con Senza pietà, la testata di Dampyr arriva al suo trecentodiciassettesimo numero mensile. L’albo è disponibile in edicola dal 5 agosto per Sergio Bonelli Editore. Il soggetto porta la firma di Paolo M.G. Maino e Maurizio Colombo, che firma anche i testi; ai disegni troviamo Fabrizio Longo, mentre il lettering è curato da Omar Tuis e la copertina è opera di Michele Cropera.

La storia riprende esattamente da dove si era interrotta ne La casa delle foglie di sangue, immergendo nuovamente il lettore in un incubo dove il soprannaturale e l’orrore storico si intrecciano in modo inquietante. Il fatto che sia lo stesso Colombo co-creatore del personaggio insieme a Mauro Boselli a tornare alla scrittura dà a questo episodio un peso particolare, imprimendo al racconto un ritmo teso e vibrante, tipico del suo stile.

Colombo sviluppa ulteriormente le premesse poste nel numero precedente. L’Albania sotto la dittatura di Enver Hoxha, segnata dalla brutalità della Sigurimi e dalle sofferenze patite da Turjan Dalliu, non è un semplice sfondo: diventa il terreno da cui nasce un male capace di attraversare le epoche, cambiando forma ma mantenendo la propria essenza. Krap sopravvissuto al crollo del regime e oggi riconvertito in facoltoso imprenditore ne è l’incarnazione più inquietante, a dimostrazione che possono cambiare i sistemi di potere, ma non sempre chi se ne approfitta.

In questo contesto durissimo entra in scena un nuovo personaggio: una ragazza giovanissima, simbolo di un’innocenza calpestata da un meccanismo perverso, che introduce un elemento di fragilità in netto contrasto con la ferocia della vicenda. Colombo costruisce un ampio gruppo di personaggi secondari senza però perderne il senso narrativo: ognuno contribuisce a comporre un quadro fatto di vittime, aguzzini e creature mostruose, che insieme raccontano la degenerazione di un potere senza freni.

Come già nel capitolo precedente, la narrazione non si limita all’orrore fine a se stesso, ma lo arricchisce di rimandi letterari e cinematografici. Le paure più profonde diventano armi di tortura e controllo, in un meccanismo che ricorda da vicino il 1984 di Orwell: colpire non solo il corpo, ma il punto più fragile della coscienza. Il dolore altrui si trasforma così in spettacolo e strumento di dominio, riportando alla luce l’interrogativo già posto ne La casa delle foglie di sangue: fin dove può spingersi la crudeltà umana?

Senza pietà va quindi ben oltre il ruolo di semplice seconda parte. Se il numero 316 spingeva il lettore negli abissi più oscuri della natura umana, il 317 ne completa la discesa senza concedere consolazioni. Nell’universo di Dampyr restano Harlan, Tesla e Kurjak a contrastare l’orrore ed è quasi paradossale che un mondo abitato da vampiri e mostri possa risultare, in certi momenti, meno spaventoso della realtà.

Fabrizio Longo traduce tutto questo in un bianco e nero spigoloso e teso. Le scene più violente non risparmiano dettagli su corpi deformati e mutazioni, mentre l’alternanza tra primi piani, scoppi improvvisi di violenza e inquadrature d’insieme tiene alta la tensione per tutta la lettura. Il disegno non punta solo a impressionare: costruisce l’attesa, comprime lo spazio narrativo per poi liberarlo di colpo, regalando al lettore autentici momenti di spavento che accompagnano efficacemente gli sviluppi più cupi della trama.

La copertina di Michele Cropera non lascia spazio a mezze misure: un corpo legato a una struttura metallica, circondato dai suoi torturatori, domina una composizione claustrofobica. Lo sfondo arancione acceso e le macchie di sangue trasformano l’immagine in una sorta di altare sacrificale, mentre l’inquadratura dall’alto rende il lettore quasi complice, testimone diretto della scena. Più che anticipare la trama, Cropera ne racchiude il senso più profondo: come suggerisce il titolo, qui non c’è spazio per la pietà.

In sintesi, Senza pietà conferma e completa il percorso avviato con La casa delle foglie di sangue. Colombo chiude un dittico spietato, in cui memoria storica, horror, violenza politica e riflessione sulla natura umana si intrecciano, confermando ancora una volta la capacità di Dampyr di usare il fantastico non per fuggire dalla realtà, ma per esplorarne gli angoli più bui. All’ultima pagina resta una sensazione tutt’altro che rassicurante: forse, tra tutti i mostri affrontati da Harlan Draka, i più difficili da sconfiggere restano gli esseri umani.

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