Mio padre non ha mai mollato la presa: dalle sberle al tentativo di violenza sessuale a 11 anni, alle violenze psicologiche da adulta, insieme alle scenate per non aver obbedito a qualche suo ordine assurdo, in pubblico o davanti a parenti (l’ultima quando avevo 50 anni), tutto è servito per mantenere il suo ruolo di padre padrone.
Dopo l’ultimo blocco della schiena, dovuto al fatto che lo aveva intravisto ad un evento dal quale ero subito andata via ma ormai il danno era fatto, diedi ascolto ad una amica che aveva diagnosticato quei “colpi della strega” come conseguenza della mancata risoluzione del rapporto con mio padre. Così decisi di liberarmi di lui attraverso la scrittura. “Dammi un bacino” è uscito di getto e davvero, una volta pubblicato, mi sentivo molto meglio.
“Ero diventata ‘signorina’. L’atteggiamento della mamma, nei miei confronti, era cambiato, non ero più la sua bambina, e papà era diventato ancor più severo.
Mi aveva sempre terrorizzata con la sua sola presenza, tutto doveva essere secondo le sue regole o volavano sberle: non dovevo parlare a voce alta, non dovevo ascoltare i discorsi dei grandi e mai e poi mai intervenire, e… «non ridere che ti si vedono i dentoni». E io non ridevo quasi mai.
Non era ammesso prendere voti inferiori al 7 a scuola, e i pomeriggi erano interamente dedicati allo studio. Ai pasti si mangiava tutto quello che c’era nel piatto e ci si alzava da tavola solo dopo aver chiesto il permesso. Io obbedivo a tutto.
All’intransigenza papà alternava momenti nei quali mi voleva accanto a lui nello studio, mentre leggeva qualche libro, spesso di poesie, e cercava di coinvolgermi.
«Vieni qui che ti faccio sentire questo verso». Naturalmente io dovevo correre e mettermi vicino a lui, che era seduto, e far finta di interessarmi alle pagine che leggeva.
Intanto lui con la mano saliva sotto le gonne e poi dentro le mutande mi accarezzava il sedere. Io irrigidivo tutti i muscoli, pietrificata dalla paura. Immobile, cercavo di essere come una statua, lo sguardo rivolto altrove. Non volevo dargli la soddisfazione di divincolarmi perché sapevo che avrebbe stretto di più e trovato maggior soddisfazione nella mia reazione.
Gelida come una statua aspettavo che finisse e appena mollava la presa me ne andavo.
Un dopopranzo di una domenica d’ottobre, avevo appena iniziato la prima media, mio padre mi chiamò in salotto. Io ero nel suo studio a fare i compiti e mia mamma era a letto, come sempre dopo mangiato, se ne era andata a riposare con il piccolo.
Mio padre mi chiese di sedermi vicino a lui, sul divano in soggiorno. Dovetti obbedire, come sempre.
Mi mise un braccio intorno alle spalle e con l’altra mano cominciò ad accarezzarmi tutta, sopra i vestiti.
Mi parlava, mi diceva: «Sei diventata grande, ti sei sviluppata, fammi vedere se sei davvero una signorina». Io ero come sempre paralizzata dalla paura.
Continuava a toccarmi e poi cominciò a sbottonarmi il golfino e poi la camicetta. Sudavo, il viso era grondante e lui disse: «Sei tutta sudata» e mi passò una mano sul viso per asciugarmi.
«Cosa c’è? Sono il tuo papà? Devi essere carina con il tuo papà».
Ero sempre più terrorizzata pur non riuscendo bene a capire di che cosa. Poi una sensazione ancor più forte. Schifo, ecco, schifo, sentivo schifo!
Continuò ad esplorare sotto la camicia ormai tutta aperta e a toccarmi i capezzoli: «Sono già molto grossi!».
Non vedevo la sua faccia, il mio sguardo era rivolto verso la porta come se aspettassi qualcuno che venisse a salvarmi. Non certo la mamma. Lei era così innamorata di papà che non avrebbe capito, oppure mi avrebbe accusata di qualcosa… Aspettavo qualcuno che potesse salvarmi, portarmi via di casa, per sempre.
Stava per chinarsi sul mio petto con la bocca semiaperta quando cercai di scappare ma lui mi bloccò con il braccio dietro alle spalle e la mano sul seno. Mi premette contro il divano. Era sopra di me. Ero quasi distesa sul divano, con la testa sul bracciolo e lui sopra, con la bocca sui miei capezzoli.
Era tutto rosso in volto e un colpo di tosse lo scosse all’improvviso. Raccolsi tutte le mie forze e scappai da sotto di lui. Corsi in bagno e mi chiusi dentro disperata.
Mentre cercavo di togliere la sua bava dal mio corpo mi chiedevo come avrei fatto ad andare avanti, a diventare grande e andarmene. Volevo sparire!
Quello che ti tiene zitta è il terrore, quello che ti salva è lo spirito di sopravvivenza. Quello che ti porterai dentro per tutta la vita è lo schifo.
Ogni giorno, per tutti quegli anni che sono rimasta a casa prima del matrimonio, sono stata attenta a non trovarmi mai sola con lui, a non essere mai troppo vicina a lui.
Mi sono sposata in fretta, a pochi giorni dalla maggiore età, per scappare via, forse per questo il mio matrimonio è finito presto. Ma poi, una volta via da casa, dopo la nascita dei figli, lui era pur sempre il nonno e così ogni tanto ci vedevamo.
Tutto andò bene per anni fin quando i miei problemi economici, dovuti alla mia separazione, non mi costrinsero a chiedere aiuto a mio padre.
Per lui fu una vittoria: mi aveva di nuovo in pugno e poteva elargire piccole rate di denaro in cambio di maltrattamenti psicologici.
Mi diceva: «Hai sbagliato tutto nella vita, hai voluto i figli e adesso pedala. …Non dovevi fare questo…, non dovevi fare quello… quell’altro… Sei una fallita, la tua vita è fatta solo di errori e io, quando ti do dei soldi, faccio la carità. E comunque, ricordati che sono tuo padre….».
Ricordatelo anche tu, papà”.
Dammi un bacino Phasar Edizioni 2010
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